Era il cappello della signora.
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Alle ore undici, nel Grande Hôtel, il prof. Gian Franco Marchi parlava ancora con la signora Giraldi. La signora si veniva riallacciando l'abito con mano tremante. Era una cosa terribilmente piena di mortificazione per la signora: quell'uomo, il prof. Marchi, gelido, meccanico, irreprensibile nel vestito, aveva esercitato su di lei un'impressione di paura, di soggezione e di ammirazione insieme. Eppure quell'uomo aveva parlato sempre con una voce soavissima, musicale, con un bellissimo accento italiano: appena, appena una sfumatura di amabile ironia. Aveva trattato con la verecondia di un asceta, con la delicatezza di una suora di carità. Oh, nulla di brutale, come certi medici; e nulla nemmeno di manierato, di dolcificato come altri medici alla moda. La signora Giraldi ne aveva fatti passare ormai parecchi di medici, e invano! Ma era quella specie di gelidezza interiore ad ogni influsso di passione, che la soggiogava.
La signora, nei preliminari della visita, aveva cercato, come soleva, di celiare un po'. Bella donna, elegante, donna di spirito, poteva concedersi questo privilegio. «Non so, come chiedere: Lei ha moglie, dottore? ha provato mai questi incomodi? ha avuto casi consimili?» Ma poi le si congelò la voce e si trovò paurosamente nello stato di materia inerte nelle mani del prof. Gian Franco Marchi.
La signora si veniva, dunque, riallacciando. Le stanze dell'Hôtel scintillavano di lampadine elettriche, perchè il sole esisteva forse ancora, benchè vedendo la città fasciata tuttora dalla caligine del dicembre, se ne potesse dubitare.
Il dottore aveva escluso in modo assoluto l'arteriosclerosi, il vizio valvolare, il diabete, l'appendicite, il verme solitario ed altri mali proposti dalla signora.
—Isterismo allora, come dice mio marito?
Il dottore fece un nobile gesto per allontanare questa parola, «isterismo» ed anche «marito».
—Ma allora cos'è il male che io ho? Almeno sapere il male che io ho. Perchè io sono ammalata, vero?
Il dottore si fece serio, terribilmente serio.