Fra le manine incrociate c'era una corona. La finestra era aperta; e la neve entrava dalla finestra aperta come una schiera di farfalle liete e strane. Sì, pareva proprio che dormisse: solo quei dentini bianchi che venivano fuori dalle labbra, facevano pena e davano al visino un'espressione amara.

Ambrogino fece senza volerlo un antico, obliato segno della mano: il segno della redenzione! e alcune pure parole latine, che invocano pace vera ed eterna, gli ricorsero su le labbra.

Dopo disse:

— Ci viene anche lei dietro?

— Oh sì, — rispose lei, — mi vestivo ora per quello.

Ambrogino salutò e disse che sarebbe venuto anche lui: si sentiva una certa cosa che gli moveva tutt'il sangue e aveva bisogno di respirar dell'aria.

«Guarda che robe ci sono nel mondo!» e crollava il capo. Sul pianerottolo sedevano ancora le tre bambine, e la più grande domandò se il morticino era bello. Ma Ambrogino non vi badò: da tempo immemorabile non si era più commosso e adesso stava male. «Dovevo mica andare; ma già, se anche non andavo, quel dolore lì c'era lo stesso», diceva fra sè e sè. E alla prima bottega che trovò su' suoi passi, entrò e prese un caffè con un bicchierino di grappa per darsi un po' di spirito.

Se lo ricordava quando veniva ai Giardini a bere il latte, e ne beveva! ed era tutto felice di giocare con la terra. Adesso della terra ne avrà anche troppo; e ricordava che gli aveva anche lui fatta una carezza su le guance. E si sentiva certe vecchie lagrime nascere da ignote sorgenti e gli pareva che una voce gli dicesse: «La vita è triste».

*

In via Santa Margherita passò davanti ad una bottega di fioraio: la neve cadeva, e dietro la smisurata vetrina, sur un tappeto di capelvenere, giacevano come stanche di essere nate anzi tempo, pallide rose e ciocche di gran viole. Dai verdi steli, invece, le orchidee spingevano i loro mostruosi petali, come gole aperte di colubri; e le azalee fiorivano in vaghe ombrelle.