Spinse la porta che era pur essa tutto un gran cristallo pesante.

C'era dentro una dama coi capelli di rame e un mantello scarlatto, e la commessa si adoperava a fermare, sul seno di colei, un gran mazzo di viole.

— Buon giorno! — disse la commessa volgendo appena il viso.

E Ambrogino disse che facesse pure, che avea tempo, e si sedette.

— Io vorrei, — disse Ambrogino quando la dama se ne andò, — una corona di fiori per un povero bambino che è morto: mica molto grande e da non spendere tanto.

La giovane commessa disse che andava benissimo; ma quando espose il prezzo, ad Ambrogino parve che andasse malissimo.

— Cinquanta lire una coroncina per un piccolo bambino?

E la commessa spiegò che i fiori venivano dalla Riviera e che adesso, coi teatri, c'era un gran da fare.

E Ambrogino nicchiava. Se avesse avuto tempo sarebbe andato sino fuori di porta Venezia, a Loreto, dove c'è un giardiniere che doveva essere più a buon mercato.

"E poi per chi la compro la corona? — pensava tra sè e sè. — Per lei no, perchè è troppo afflitta e non se ne accorgerà nemmeno e non sta bene che io glielo dica: «guarda che ho comperato la corona», per lui no che è un poco di buono; per il piccino no, perchè non sente più.... Quest'idea strana: «non sente più!» E se sentisse, come sarebbe contento che io gli ho comperato la corona e mi sono ricordato di lui, «povera robina piccola!» E pensava a certe cose strane e tristi, e la sua smemoratezza umana percepì distinto il suono di una verità, che è come il tocco della campana sul faro del mare: suona sempre, ma noi non la udiamo se non quando la morte pone il dito su le labbra e dice: silenzio! e allora sentiamo bene, e solo quel suono ci pare vero e tutte le altre cose ci paiono vane.