Il suo studio era magnifico. Ma lui era ancora lui, come lo avevo conosciuto altra volta. Le cèllule di Totus-Omnis, in vent'anni di lontananza, si erano rinnovate riproducendo sempre Totus-Omnis. Màschera asimmetrica, pàllida del viso, occhi spenti, come una volta: in più una barbetta ancor nera, che il barbiere faceva simmetrica a punta di forbice. Forse più bello — o meno brutto — perchè meglio vestito e meglio nutrito. Ma la sua voce era uguale: nessuna vibrazione. E ancora io mi domandai: «da dove toglie costui la lirica rossa dei suoi discorsi?» Mi congratulai con lui dei suoi articoli, dei suoi discorsi.
— Si fa quello che si può — disse, e mi pregò di dargli del tu.
— Io non ho avuto molta fortuna, caro Omnis — gli dissi: — e tu, nella posizione che occupi, mi puoi essere vàlido patrono. L'antica nostra amicizia mi dispensa dal parlarti di me: io sono un uomo onesto. E ammetterai anche tu, caro Omnis, che è bene introdurre individui onesti nelle amministrazioni; e ciò — bada — semplicemente perchè gli uomini onesti costituiscono il combustibile che dà il miglior rendimento.
Mi lasciò parlare stàndosi immòbile con le palpebre socchiuse come costùmano i rèttili.
Quando io finii di parlare, sollevò le palpebre, sprigionò luce da piccole pupille nere. Rispose: — Già!
Si sarebbe occupato della mia pràtica; mi accompagnò fino alla porta; mi porse la mano. Quel contatto mi comunicò una impressione di freddo.
«Ma dove trova costui le fiamme della sua lirica rossa?» tornai ancora a domandarmi.
*
Giù nell'àtrio, incontrai i rettilini: i figli dell'Omnis, di foggia esòtica, con la governante di tipo esòtico: parlàvano linguaggio esòtico.
— I figli del signor Omnis? — domandai al portinaio. — Carini!