Un uomo dal miserabile disordine avanzava fra le ordinate ortensie. Cappellaccio sugli occhi, barbaccia incolta.

Passò davanti a noi senza guardare, nè salutare. Appena sul limitare della strada si fermò come a saggiare l'aria, il cielo, il tempo; e poi, benchè fosse una tepidissima giornata del maggio, senza vento, si tirò su il bàvero, come chi ha la sensazione incresciosa del freddo.

Si avviò con passo lento.

*

Ho seguìto quell'uomo.

«Non mi risulta — pensavo — che Omnis abbia parenti nè prossimo. Omnis non ha pròximus suus! Io sono del suo paese, e nessuno dei suoi parenti assomiglia a costui.»

Ho seguìto quell'uomo. Portava una greve marsina o pastrano, che un tempo forse era stato nero; ma ora aveva marezzature di verde sul nero. Sopra il bàvero cadevano cernecchi grigiastri, i quali, per la consuetudine lunga, avevano lasciata traccia di untume. Se la marsina era lunga, corti erano i calzoni, e lasciavano scoperte grosse scarpe, di quelle con gli elastici che oggi non usano più.

Passava tra la folla come persona strana e infastidita: arrivò ai giardini pubblici, semi-deserti in quell'ora, si sedette su una banchina, vi cercò una posizione di riposo: depose il cappellaccio. Io vidi allora la sua faccia umana in pieno sole.

Ebbi la sensazione di aver già veduto quell'uomo.