Quando dopo un quarto di ora tornarono, Manzi chiese:
— Ma è così grave la cosa?
— Gravissima, signor mio, e sarà molto se arriveremo a tenerla su fino a domattina — rispose il medico, sedendosi su di una seggiola che la levatrice aveva prima liberata da altri mobili. — Centocinquanta pulsazioni.
Era un bisbigliare quieto, sommesso, in quella stanza, con tutti i mobili imballati, che avevano finito di vivere lì. Centocinquanta pulsazioni! Perchè la vita del cuore, in sul finire, si accende?
Manzi aveva il terrore di sentire quella quiete che si sarebbe rotta per il grande urlo del povero ingegnere.
Gli pareva al Manzi di essere entrato in un sogno e che tutto quello che gli accadeva da poche ore fosse una cosa lontana che toccasse altre persone ignote. Ma quando quegli fece per andarsene, il senso della realtà lo vinse e disse:
— Per carità non se ne vada, signore!
— Ci posso far ben poco io, sa? la donna che è qui può fare quello che posso fare io.
— Ma non dico per lei, dico per lui che deve arrivare: cosa dirà? cosa penserà vedendola qui sola abbandonata? Dirà che la abbiamo lasciata morire come un cane....
L'uomo aggrottò le ciglia e disse: — Tornerò più tardi.