— E adesso venga via — gli sussurrò all'orecchio la donna e alle parole aggiunse l'azione e lo trascinò fuori della stanza.
E lo lasciò solo nella stanza dove la lampada a petrolio spandeva la sua luce rossa. I mobili all'intorno erano coperti di tele e di fogli di giornali e su le pareti rimanevano due o tre quadri.
Guardò e ne riconobbe uno: era un ricordo di Lolò, dipinto ad olio. Il bambino era di profilo con la cuffiettina bianca così che non si vedeva se non la guancia tondeggiante e la puntina del naso a pena. Eppure rideva! Certo era Lolò, più piccino, ma poteva certo essere il ritratto di qualunque altro placido bimbo che vive nella casa tiepida ed ampia.
Allora i vecchi occhi ricominciarono a lagrimare.
— Si ricordi che il treno da Genova arriva alle undici e tre quarti — ammonì la cameriera, — se sapesse, signor Manzi, che martirio in questi giorni! Il dottore è dovuto diventar matto per farle capire che il suo stato era grave, e bisognava ben dirglielo perchè lei non voleva che si telegrafasse al signore, ma come si poteva fare diversamente? Fortunato lei che non c'era!
— Ma il medico non viene più? Ma la si lascia morire così?
— Sarà quello che suona adesso, sarà.
E un piccolo suono di campanello squillò dall'anticamera, e la fanciulla e e l'altra donna corsero ad aprire.
Entrò un signore di molto distinto aspetto. Domandò come stava, sentì le risposte che gli dava la donna e crollò il capo. — Andiamo a vedere — e si levava adagio adagio i guanti.
E Manzi rimase ancora solo nella stanza dove il lume della lampada a petrolio spandeva una tranquilla luce rossa e il ritratto di Lolò rideva dalla sua tela.