— Dunque non può guarire? nè meno un miracolo?
— Ci crede lei ai miracoli?
Manzi rimase con la bocca aperta.
— Buona sera, e allora alla stazione.
Uscì, e chiuse l'uscio.
— Anche questa è fatta — sospirò la levatrice e il Manzi la sentì insieme alla giovane parlare, accudire a varie faccende, piano per le stanze con passi inavvertiti, ma più che la loro voce sentiva approssimarsi la fine, la dea della fine col suo sacco feroce, come il sacco degli spazzacamini che portano via i bambini cattivi: anche la morte ha il suo sacco: prende e mette dentro tutto, cose buone e cose cattive, prende tutto e butta via: e quando appare, è inutile dirle come allo spazzacamino: «adesso il bambino è buono, va via!» Ella non va via e il suo avvicinarsi fa sentire strani rumori nella casa e nel cuore, e fa tremare le gambe ed ha un passo così terribile che anche le cose in piena vita sembra che debbano andarle dietro per il viaggio per cui lei si avvia.
*
— Guardi che è ora che lei vada alla stazione — ammonì la levatrice: — è pratico, è vero, di Milano? Dico perchè non si sbagli, caso mai prenda una vettura.
Andò alla stazione. Il dottore non era ancora arrivato.
Certi sibili lontani di macchine che manovravano, lo facevano sussultare. Ogni tanto nel buio fuori della tettoia i fanali rossi o verdi dei dischi si spostavano sui loro lunghi bracci di ferro, come i fantasmi che fanno un gesto automatico, e gli occhi del vecchio erano attratti da quelle luci che si muovevano come il balenare sinistro di un volto che è laggiù, nel buio, che non si vede se non nelle pupille.