— Non lo sapete che è già sonata l'ora di notte? ora vengo ad aprire. Oh, Menico — sentii che diceva di dentro — va ad aprire.
E Menico — un bel giovanotto, alto, aitante, civile, il figlio dell'ostessa, ci venne ad aprire. — Buona sera a loro! — disse squadrandoci per bene in volto.
Salimmo al primo piano ed entrammo nella cucina dell'osteria. L'ostessa e l'oste — un bell'uomo barbuto — stavano cenando.
Finalmente! e ci sedemmo, che proprio non ne potevamo più, su le seggiole che ci erano state offerte: e l'uomo si era levato e apparecchiava la tavola e la donna a levare la fiamma dalle stipe e sbattere le uova, affettare il prosciutto, imbandire il fiasco, il cacio: e le faccende condiva di buone parole e gaie come si conviene ad un'ospite.
E la frittata, grande come una luna piena, e fumante, fu levata dalla padella. La guida aveva già posto mano ad una enorme pagnotta e tagliava parsimoniosamente col coltello certe fette larghe che scomparivano nella bocca che si apriva grandissima fra le grinze del volto.
Eravamo felici: la felicità placida del riposo e del pasto conquistato con la fatica.
*
Il figlio dell'oste ci sedette accanto e domandò:
— Vengono lor signori dal bastione?
— Sì — diss'io.