E come a quella disperazione subentrò un senso di abbattimento profondo; così anche cadde la forza della mente e della volontà per decidermi sul da farsi.

Rimasi. Mi rivedo per la prima volta nella scuola. Loro, gli scolari, si guardavano sorpresi come a domandarsi: «Chi sarà, chi non sarà? ti pare che si possano tirar le pallottoline e giocare, e far chiasso con quello lì? ti pare?» Io pure guardavo; e in quell'angusto spazio mi sentivo stretto e molto avvilito fra quei bambini, come io fossi stato un grosso giocattolo.

— Oh mio Dio! — esclamai fra me — dove mi sono andato a cacciare! Se mi vedessero miei amici di F*** ne riderebbero per un mese.... Carlo B*** ne farebbe la caricatura per tutti i salotti.

A questo pensiero arrossii lievemente e mi sentii sconsolato. Pure erano dolci e soavi quei volti e ogni tanto, vedendomi silenzioso e triste, si consultavano, allungavano le loro boccucce e parevano anche pensare: «Deve essere uno di quei professori cattivi! Chi sa a che cosa medita, chi sa che domande difficili ci farà mai adesso!» Qualche cosa bisognava pure che io in fine dicessi; ma lì per lì quelle poche regole di grammatica che sapevo e avevo ripetuto mi giravano come un arcolaio, e non ci riusciva a prenderne una. Ma qualche cosa bisognava ben dire!

V'era un ragazzetto che poteva avere un tredici anni con due occhi neri, tanto vivi che parlavano da soli e due labbra capricciose su cui i denti davanti sporgevano fuori. Su di lui si posò la mia attenzione.

— Come si chiama lei? — domandai.

— Weiss! — e scattò in piedi come un fantoccino a molla.

— È tedesco?

— Io no, mio babbo sì....

— È quello che ha l'Hôtel des Etrangers ai Cappuccini.... — saltò su a dire un altro; ma subito capì la grave infrazione di aver aperto bocca senza essere stato interrogato; diventò tutto rosso e si sedette vergognoso e confuso.