— È un professore quello lì? — domandai meravigliato.
— Certamente, è il prof. B***, suo collega. Veda: ha cinque figli, e un po' con la paga, un po' con qualche lezioncina nelle vacanze viene a sbarcare il lunario. Ed ora, se ella crede, le farò vedere la sua scuola....
Si alzò; anch'io mi alzai automaticamente. Egli passò davanti senza far complimenti ed io lo seguii.
Un corridoio girava tutto attorno ad un porticato e in mezzo vi era un cortile con un pozzo. Intravvidi e sentii come un silenzio triste di cose melanconiche. Egli aperse una porta, passò avanti e:
— Ecco la sua scuola — disse —, piccola ma una delle migliori.
Voltai gli occhi attorno: le pareti erano giallognole, nude; tre file di banchi tagliuzzati si allineavano davanti alla cattedra che era in forma di tavolo. E mi parlò di altre cose di scuola. Infine mi accomiatò con un:
— A domani, dunque; alle ore otto.
Ritornai all'albergo; mi sedetti su di una sedia con la fronte su la mano, e stetti come smemorato. Dai cristalli si vedeva il mare, su per l'aria veniva ogni tanto una accidiosa cantilena o grido di venditore che fosse.
— Suvvia, finiamola! — dissi e mi alzai con l'intenzione di rimettere ne la valigia i pochi arnesi di toilette che avevo tirato fuori, riprendere il treno, ritornare a F***. — Ma e poi, che cosa faccio? — Questa fu la dolorosa domanda.
Nel portafoglio mi rimanevano a pena dugento lire. Bisognava ricorrere per forza a mia madre e con quale animo, sapendo che ella non poteva più mandarmi nulla; e dopo che le avevo annunciato della mia nuova occupazione? E notare: passando per Napoli, avea trovata una lettera di Beppo in cui mi diceva che dal giorno che avea saputo del nuovo ufficio, in tutto degno del mio nome, ella pareva rinata a nuova vita. Che cosa dirle, come spiegarle il ritorno improvviso?