«Tuttavia la virtù, la bontà, la generosità, ecc., saranno sempre articoli di gran consumo, miei piccoli amici, anzi di prima necessità e, ricordatevelo, non fate mostra di averne disprezzo. La vita più è civile e progredita e più ne ha bisogno. Il segreto sta tutto nel sapersi abbigliare di questi eleganti vestimenti e lasciare agli imbecilli la cura di fabbricarli. La virtù e l'onestà sono come l'abito nero di rigore per presentarsi in società; ma voi capite che per indossarlo non importa punto di essere gentiluomini. La virtù anzi in certi casi è obbligatoria come il frak per i camerieri.
«Ma vi dirò anche di più e tutto per niente, senza paga, come faceva Socrate. Sentite: la morale, la pedagogia, in una parola tutto il grosso armamentario dell'educazione privata e pubblica deve avere per voi un'importanza suprema perchè possiate vivere bene e felici ne la civile e progressiva società. Si studia cioè di rendere voi, o piccoli amici, simili (scusate il paragone) alle zampine del gatto. Avete mai osservato le zampine del gatto? Sì certo, e avrete visto come esse sieno soffici e soavi. Così dovete diventar voi ne la vita. Ma esiste una convenzione tacita, un accordo segreto e che si comprende solo per l'istinto: cioè sotto il dolce vello dovete nascondere l'artiglio ben rotato ed adunco: guai se per isbaglio o per buona fede ve lo sarete fatto tagliare. Come ghermire, come graffiare, amici miei? Voi sarete perduti in tal caso e fatti oggetto di scherno ed insozzati e vituperati più del travicello che Giove mandò alle proterve ranocchie.» Così pensavo guardando smemorato quegli scolari.
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Ognuno però può pensare che io, benchè precipitassi in quest'altro eccesso di negazione e di pessimismo, ero più triste e sconfortato che mai. Sentivo che avrei dovuto cominciare a vivere un'altra vita e non sapevo quale nè il modo. E questa tristezza si acuiva maggiormente per ragione della solitudine in cui ero ridotto.
Anche il direttore, quell'uomo dabbene che vedeva il mondo attraverso le sue regole grammaticali, ed era così pieno di equità e di congiunzioni causali e modali, avea preso in uggia la mia cagnolina.
Pensate: io la aveva ben pulita, le aveva messo una fettuccina rossa al collo con un campanellino, delle quali eleganze essa pareva felicissima. Ma era venuta l'estate e i cagnacci del luogo le si accostavano indecentemente.
Un giorno che si era a spasso assieme, il direttore abbozzando un suo sorriso acido, con la sua voce melata di imperciocchè, squadrata che ebbe di traverso la cagna che mi appuntava, poverina, il muso fra i polpacci, disse con un tono che voleva non parere ed era invece serio nell'intenzione:
— Egregio professore, codesta sua bestiola eccita i sensuali appetiti di tutti i cani della città. Però — aggiunse sorridendo — essa sembra verginella e timorosa di questi amori volgari. Ad ogni modo — concluse mettendo in rettilineo le labbra che prima si erano curvate per il sorriso, e levata la sfumatura di non parere alla voce — ad ogni modo io giudicherei conveniente che ella la ritenesse rinserrata in casa per evitare lo sconcio che immagino pure a lei non debba riuscire piacevole.
— La terrò in casa o la condurrò dove non c'è gente — risposi asciutto asciutto.