E tornò ancora alla finestra. La città si illuminava; i fanali non si distinguevano per la nebbia, ma dei bagliori luccicavano qua e là e la tingevano di sprazzi sanguigni. Più lontano luceva un non so che di bianco lunare e vivo: era la lampada elettrica sopra la cupola del festival, dove vanno a ballare le sartine.
Come devono essere felici le altre donne che non stanno in casa le sere di carnevale! Anche le sartine, anche le modiste che agucchiano tutto il giorno, devono essere felici perchè la sera hanno l'amante che le aspetta e vanno a spasso e ridono e vanno a ballare.
In quella casa non si rideva più, si moriva: anche la sua giovanezza ci moriva!
Passa così presto la gioventù della donna! E lei ce lo avea l'amante; bello, più bello di tutti e non poterlo nè meno vedere!
Tutte le sue amiche a quell'ora erano occupate (lei le vedeva) a mettere in ordine le loro toilettes. Si ballava in casa C***, in casa B***. Anche quell'anno la nobile signora X*** dava una festa per le signorine con esclusione di babbi e di mamme: qualche cosa di delizioso. Lei ne sapeva bene qualcosa!
Come dovevano essere felici di non trovarcela! Era Nora che le schiacciava tutte. Adesso invece era lei la vinta. Bella vittoria! Un assassinio della sua giovinezza. Ci sarebbe stato anche lui; si sarebbe innamorato di qualche altra e per lei era finita.
Questi pensieri confusamente, mal definiti e quasi incoscienti di sè, passavano per la mente di Nora come le nubi sui monti l'una dopo l'altra passano in una giornata autunnale, squallida e stillante di pioggia.
In quella si udì un passo lieve ne la stanza che fece trasalire Nora.
— Sono io, signorina! — disse Lisetta con voce sommessa.
— Sei tu? — domandò Nora voltandosi e distinguendola a pena nel buio della stanza.