Era tanto che voleva andarsene via di quella città, all'estero, lontano, in Australia, come diceva lui. Ma ogni anno era sempre lì: ci volevano i soldi del viaggio, e le speranze rifiorivano con la buona stagione e poi cadevano giù all'autunno, quando le cantine si aprono per il vino nuovo, e quelle diventavano per lui il rifugio e il solo ritrovo possibile. Intanto scriveva le sue Scaglie roventi contro i borghesi; anzi avea un progetto: se ne sarebbe messe le copie in una bisaccia e sarebbe andato su per il Montefeltro, per le Marche e per altre terre e castella di Romagna: le avrebbe declamate in piazza, per le fiere, e le avrebbe vendute. Per mangiare e per dormire avrebbe accettato l'ospitalità degli amici: in viaggio era permesso.

— Già ho bisogno di aria libera di montagna! — e aggiungeva: — Vuoi che non le venda le mie Scaglie roventi? sono tre mila copie: a cinque soldi l'una fanno settecento cinquanta franchi, e poi vuoi dire che lassù in montagna non trovi qualche prete che abbia da rifare la testa alla Madonna e le ali agli angeli? Dopo faccio fagotto e vado via e non ci torno più da queste parti.

Ma le tre mila copie furono sequestrate tutte in tipografia, fresche fresche, a pena venute fuori dalla macchina: una burla lepidissima su cui la plebea arguzia romagnola trovò modo di sbizzarrirsi in motti e facezie in gran copia.

— Mi hanno voluto far fare un debito come fate voialtri borghesi! — esclamava lui arrotando i denti; ed alludeva al fatto di non potere soddisfare il tipografo, che avea promesso di pagare col ricavato della vendita.

Ma per quanto si inferocisse o celiasse, si capiva che il colpo del sequestro gli era andato diritto al cuore: ultima speranza volata via per terre lontane più che l'Australia e senza pagare il biglietto di viaggio ai borghesi! Poi v'era anche la vanità del poeta ferita crudamente in quelle sventuratissime Scaglie, legate e portate via come una balla di carta straccia; perchè quei versi non erano brutti, anzi come arte aveano un certo pregio; e l'indignazione e l'odio acuiti dai patimenti e congiunti ad una naturale esaltazione, aveano valicato di un balzo tutte quelle difficoltà che si frappongono a chi voglia scrivere in rima.

V'erano delle strofe davvero potenti e scintillanti di furore e ne citerò alcuna delle più miti per ossequio al sequestro e alla legge.

Ecco ad esempio come comincia il «Canto di un ribelle affamato»:

Quando cadon le folgori

e i venti fanno urlare le foreste,

quando passeggia libero