Al tempo delle recenti sommosse in Sicilia, ne la piccola quanto illustre città di R*** in Romagna (illustre perchè ha di molti e bei monumenti antichi) furono sequestrate circa tre mila copie di un opuscoletto di versi e di prose intitolato Scaglie roventi. Il provvedimento del sequestro — inutile dirlo — era giustificato dal fatto che l'autore non potendo gettare bombe autentiche, si accontentava di appuntare la prosa e la rima in forma di saette, e te le scagliava con una irruenza di entusiasmo e di rabbia tale che guai se invece di essere archilochee fossero state di semplice ferro.
Dunque il provvedimento era giusto; specie oggi che, grazie a Dio, non si è più ai tempi di Renzo Tramaglino, ne' quali un facinoroso, un barattiere o un soperchiatore di professione poteva ridersene della legge e di chi ne portava le insegne.
Ma pure approvando il sequestro, faceva pena il pensare alla persona colpita e danneggiata; perchè bisogna sapere che l'autore delle Scaglie roventi non era un sanguinario di razza, ma un povero giovane non ancora trentenne, pittore per vocazione e non di mestiere per la ragione che di commissioni non ne avea; ed affetto inoltre da una malattia che per lui era divenuta cronica: la miseria.
Costui ne gli ultimi tempi si era buttato tra la compagnia dei peggio anarchici e rivoluzionari di quella città: i socialisti per costoro non erano che dei borghesucci annacquati: perchè bisogna anche sapere per chi non ci ha pratica con quelle regioni, che in Romagna la politica, oltre a tante cose, è una specie di steeple-chase istintivo a chi trova le forme più avanzate: giuoco certo non innocente e che abbisogna di molta sorveglianza, ma non così pericoloso come può sembrare a prima vista, e come alcuni credono o fanno credere, almeno sintanto che v'è da mangiare e da bere: ed a questo provvedono a bastanza bene il buon Dio e le campagne ubertose e felici. Perchè quella è gente che di digiuni non ne vuol sapere. Solamente la sera che dovessero andare a letto a stomaco vuoto o scemo, sarebbe una scarsa garanzia per il domani. Ma sino a quel giorno si può esser tranquilli: o fan di gran chiacchiere o si accoltellano fraternamente fra di loro. Hanno inoltre un disprezzo per la legge che è divenuto proverbiale; così invece che dire: «io non voglio prepotenze», dicono nel loro rude dialetto: «io non voglio leggi».
Or dunque i compagnoni conducevano a torno il nostro pittore per tutte le osterie; e alle ore piccole, quando rincasava, era forse più la gravezza del vino che avea in corpo di quello che potessero pesare quelle sue ossa e la poca carne che vi era attorno. Gli amici e i compagnoni gli pagavano da bere e questo era il prezzo delle sue conferenze, perchè quando era brillo avea delle sortite bizzarre e degli sproloqui paradossali; insomma faceva ridere o faceva piangere; il che è tutt'uno. Ma da mangiare non ne avrebbe accettato: non era dignitoso per un artista.
Il luogo di ritrovo era ne le tipiche e indimenticabili osterie o, meglio, cantine di Romagna. Altrove non si costumano e val la pena di descriverle. Sono delle grotte a volta nei sotterranei stessi dei palazzi e vi si scende per molti scalini sotto il livello della strada.
Due file di botti adornano le pareti; lampade caliginose pendono dalla volta. Il muro più stretto è occupato da un camino medioevale dove ardono fascine di sarmenti e, su la brace, in graticole enormi cuociono pesce e sardella e carne porcina. Uno degli avventori fa vento, un altro vi versa l'olio a stille, e l'odore nauseabondo si spande dal focolare. I boccali di coccio bianco a fiorami circolano ricolmi e spumosi di ben fermentato mosto, e il cantiniere che siede presso la botte, con la mano su la spina, a fatica soddisfa alle richieste dei molti che gli si accalcano con i boccali sporti.
Su le panche, attorno ad un tavolo lungo e stretto, stavano dunque i compagnoni, ravvolti dentro le capparelle tradizionali, gettate a due colpi attorno al collo e alle spalle; il cappello a cencio con l'ala schiacciata su la fronte; fisonomie o incoscienti o feroci: tutti intenti all'oratore, appoggiati alle palme; e su di essi le lampade improntavano colpi di luce e di buio alla Rembrandt.
Lui era a capo tavola, ritto, esile, macilento, con l'occhio smarrito. A gran gesti, con certe mani bianche ed affilate, parlava con voce stridente e con certo digrignare di denti contro la tirannide dei borghesi e dei preti: propositi immani, applausi feroci. Uno dei seduti interrompeva con un pugno sul tavolo da sfondarlo in segno di approvazione, e con una formidabile bestemmia si alzava; abbrancava un bicchiere colmo, si accostava all'oratore e lo obbligava a bere, per la Madonna! Entusiasmo bestiale a cui non era possibile sottrarsi. Il vino talora sgocciolava sul soprabito nero del nostro pittore, miserabile segno di un'aristocrazia invincibile: e poi seguitava a parlare.
Delle volte, tanto era il vino ingurgitato, che la madre di lui aprendo la porta ai replicati bussi, vedeva i compagnoni che gli riportavano il figlio su le spalle mezzo morto dal vino. Questo avviene talora in segno di buona amicizia ne la dolce terra di Romagna. Ma prima che si fosse dato a così mala compagnia, ed anche allora, quando il fumo del vino non lo rendeva aggressivo, egli era la più mite e schietta creatura che si possa imaginare e si accompagnava anche agli odiati borghesi e li conduceva su, ne la sua stanza a vedere i suoi abbozzi e i suoi quadri.