«Come è plastico questo popolo d'Italia! — fu il primo pensiero di Beatus. — Era stato lui, il popolo d'Italia, ad abbattere il Sacro Romano Impero dell'Austria, che pure aveva [pg!183] per emblema il santo segno dell'aquila! Fu ieri! Ma oggi non se ne ricorda più. Ora scrive su le mura dei più venerabili edifizi: Viva Lenin! Il santo segno dell'Impero fu abbattuto; ed ecco appare: Viva Lenin. È forse questa la nemesi della storia?»
Era un pensiero travolgente; ma ne subentrò un altro non meno strano in forma pur di domanda: «Come ha fatto questo popolo italiano a conquistare la sua libertà? Bisognerebbe dare a questo popolo italiano conoscenza della sua storia....»
Parve allora a Beatus cosa buona inserire un capitoletto su questo argomento nella relazione che doveva stendere per S. E. il ministro: ma poi gli parve che se il popolo d'Italia avesse consapevolezza della sua storia, non sarebbe più il popolo italiano.
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Ma riguardando quella scritta, altri pensieri sopravennero.
I caratteri erano tracciati per quanta ampiezza comportava il braccio dell'autore, e ciò significava grandezza; ed erano fatti col [pg!184] bitume, e ciò significava indelebilità. E v'era in quei caratteri alcun che di stravolto, e ciò significava terrore.
La scritta pareva domandare a Beatus: «Vile borghese, non ti faccio io paura?»
«Se ti fa piacere, sì!»
«Vile borghese — pareva ancora domandare la scritta — non sono bello io?»
«Se ti fa piacere, sì.»