Sentiva le voci di alcuni signori presso il tavolo vicino al suo. Parlavano di politica. Non sentiva i discorsi, ma come un continuo ronzio, e in quel ronzio passavano ogni tanto dei corpuscoli sonori: «Lenin, Bela Kun, Sovieti, comunismo, proletariato», e ad ognuna di quelle parole era attaccato un senso taumaturgico.
Ieri erano altre parole: «Kaiser, Ludendorff, Mitteleuropa».
Una specie di terrore lo invase: di trovarsi solo in mezzo a una umanità formata di ventriloqui.
Ogni tanto frasi enfatiche di cose vere e anche non vere.
Poi sentì un altro ronzio: proveniva dall'altro tavolo: lì si parlava di arte, di belle donne, di illustri galanti donne: «Figure efebiche, senza più seno». «Il seno usava al [pg!212] tempo del grossolano realismo di trent'anni fa», «Ah sì, le poppe ritondette, le poma giulive, bei seni dalla punta fiorenti...... Erano giovani artisti, letterati che parlavano così. Pareva che il seno fosse una cosa creata soltanto per la voluttà degli artisti.
Ma lo riscosse il cameriere dicendo: — Il signore è servito.
Aprì gli occhi e vide sotto di sè il biancore di una tazza di latte. Gli ripugnò come all'idrofobo l'acqua.
Guardò i bei giovani che vicino a lui parlavano di arte qua, e di politica là.
Ma quella vista gli ripugnò come il latte.
Questo folle pensiero gli si delineò nella mente: «che quell'essere vivente, ancora sopra il suo letto, fosse uguale a tutti quegli esseri viventi».