Ella gli porse la mano; egli la strinse. Fu un attimo e gli parve gran tempo. Sentì una freschezza come di menta peperita.
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La figurina era lontana e bianca in fondo al viale.
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[Capitolo III. — Pasquà.]
Così Beatus tornò solo al suo albergo.
Era un albergo di secondo ordine, forse vicino al terzo; il cui padrone si chiamava Pasquà.
Veramente Beatus, arrivando in quella città, era sceso a quello che gli fu indicato come il primo albergo, dove scende ogni persona rispettabile. Dal modo, anzi, come gli fu indicato, questo albergo doveva essere una gloria cittadina: infatti spiccava laccato di bianco nella città scura, e portava il superbo nome di Palace Hôtel.
Ma si era appena seduto al tavolino della stanza assegnata, per stendere la relazione a Sua Eccellenza il ministro, quando dovette abbandonare la penna, per grattarsi le gambe. Erano quegli animalini chiamati le pulci. Beatus ne avvertì il cameriere, il quale gli rispose che le pulci sono un naturale appannaggio dei pavimenti.
[pg!22] — Quando però non si tengono puliti, come è il caso — aveva detto Beatus indicando gli angoli col ditino.