— Tocca al facchino pulire — aveva risposto con dignità il cameriere.

La sera, visitando le lenzuola, vi aveva trovato tracce di altri animalini schiacciati.

Ne aveva ancora avvertito il cameriere, ma questi gli aveva risposto, non senza soddisfazione: — Tempo di guerra, signore! — che Beatus tradusse così: «Questi borghesi vogliono la guerra e anche le lenzuola di bucato!»

Quel cameriere portava il frac, ma tutto laccato di nero, sì che incuteva ribrezzo.

Era colui che portava anche le vivande nella sala da pranzo, laccata di bianco.

*

Per queste ragioni Beatus aveva abbandonato il Palace Hôtel, ed era andato da Pasquà, dove gli fu riconosciuto il diritto delle lenzuola di bucato, anche in tempo di guerra.

Pasquà era un uomo sui cinquant'anni, obeso e tetro con faccia borbonica: stava solitamente [pg!23] sdraiato. Aveva un grosso diamante al dito e la cannuccia della pipa in bocca. Sputava anche lui con iperbole, e se occorreva qualche cosa, chiamava: «Giggia! Carmè! Concettiella!» ma lui non si moveva.

Le tre donne cantavano in cucina presso i fornelli di maiolica. Carmè era silenziosa e di pingui carni bianche: era la giovane moglie e fungeva da cuoca. Gigia era una aitante fanciulla con occhi chiari, idioti e capelli tizianeschi, piedi scalzi: lavava i piatti. Era una profuga. Concettiella nulla faceva, cantava sempre e insegnava a Gigia a non far nulla.

— Voi che guardate? — aveva detto il giorno innanzi Pasquà a Beatus.