Ma Gigia non rispose. Certo un tedesco avrebbe chiamato con voce imperiosa crescente: «Ghighia! Ghighia, Ghighia!», e Gigia avrebbe risposto.
Andò dunque lui ad attingere acqua, e fece altre igieniche faccenduole nella camera, che Gigia o Carmè o Concettiella chissà quando avrebbero mai fatte.
E scese per la colazione.
[pg!33]
[Capitolo V. — Fragole e ale di pollo.]
Erano le undici e mezzo, e nella sala da pranzo non c'era nessuno ancora, fuorchè Giggia, la profuga dai chiari occhi idioti. Ella, senza pudore, essendo già l'ora di servire in tavola, infilava i suoi piedi nudi nelle calze.
— Voi che state facendo? — domandò Pasquà a Beatus.
— Caro Pasquà — rispose Beatus —, vorrei fare colazione, e mi è sembrato di sentire dalla cucina un odorino di brodo. Avete messo un pollo nella pentola?
— Ce steva — disse Pasquà — ma sono venuti due operai e se l'hanno magnato.
— Due operai hanno mangiato un pollo?