Una compagnia d'operette agiva in un piccolo teatro lì presso, e Pasquà chiamava, senza cattiva intenzione, col nome di cocottes [pg!35] o di ciantose ogni donnina un po' eteroclita.

Assettateve, assettateve, che mo ve porto una minestrina di verdura, che va bene per vui.

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Realmente Pasquà aveva dato a Beatus una lezione di sociologia: mangiano delicatezze coloro di cui la società ha bisogno: operai e cocottes.

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Un fruscio di seta, un incrociarsi di voci e di risa avvertì Beatus che le cocottes o ciantose erano giunte.

Entrarono con passo di danza e occhi sfacciati. Seguivano due giovanotti alti e membruti, stilati all'ultima moda; ma parlavano come Pasquà. Le signorine parlavano con la voce sguaiata del palcoscenico.

Pasquà, derogando al suo costume, prese lui i servizi di mensa e cominciò: — Mo' ve servo 'na supressata di verace maiale «Eccellentissimo!», significò trivellando la gota.

Ma non ottenne il meritato successo di approvazione perchè i due giovanotti consultarono [pg!36] prima le ciantose, e si sentì la voce di Pasquà che aveva perso la pazienza e disse: — Più fine? Più fine di vermicelli con le vongole che v'aggio a dà?

A Beatus, Pasquà fece portare la minestrina di erbe cotte. Mangiando la quale, Beatus si ricordò di quel sapientissimo Esiodo, quando dice: «Stolti gli uomini, che non sanno quanto maggior guadagno sia cibarsi di malve e di asfodelo che di opere ingiuste» Vero! Ma è seccante aver vicino chi mangia pollo e fragole.