Nell'attesa degli spaghetti con le vongole, le due ciantose si tolsero i cappelli e i mantelli. Poi aprirono le loro borsette, ne levarono piumino, specchietto, lapis e cominciarono a ritoccarsi il volto come in casa propria.

I due giovanotti assistevano all'operazione con molta serietà.

Per quello che Beatus poteva distinguere, le due ciantose erano due babbuine dipinte: carni un po' travagliate, roba di terzo ordine. Pretesa di gran mondane, come i piumacci dei loro cappelli avean pretesa di colibrì. Uno dei visetti era mantecato all'alchermes, l'altro al pistacchio. Se avessero avuto più senno, [pg!37] si dovevano mantecare allo stesso modo. Ma forse pei due provinciali erano più interessanti così.

Una di esse, d'un tratto, fece scattare contro i giovanotti la pompetta dei profumi. Il loro incanto di contemplazione fu rotto e parvero felici come bimbi a cui il giocoliere fa un bel giuoco. Chiusero gli occhi e accolsero in faccia l'acqua benedetta.

Ma quando Pasquà ebbe stappato la bottiglia, e versò il nero vino, fu dolcemente redarguito da uno dei giovanotti. Ma non dolcemente rispose Pasquà:

Vui pazziate, compà — disse. — Io vi apro una bottiglia che è una reliquia, e vui andate trovando 'a sciampagna!

Dopo gli spaghetti e il vino fumoso, il simposio si animò.

Beatus sentì uno dei giovanotti che diceva a una delle ciantose: — Facite vedè!

Era il modo come esse tenevano la forchetta.

Si provarono essi, ma non vi riuscirono.