*

Con questo ragionamento nella testa, Beatus era entrato senza avvedersene nel giardino della città — che lì chiamano villa — deserto in quell'ora, e pieno soltanto di ombre e di fiori.

Dal giardino si vedeva, in lontananza, a metà della costa di un monte verde, un monastero come un castello ariostesco su cui batteva il sole nascente.

Un gran silenzio! Ma Beatus Renatus si fermò e lisciando con la mano i baffi biondicci, non ineleganti, pareva stare in ascolto. Sentiva quello che non si sentiva: i cannoni folli che da quattro anni urlavano per abbattere l'ultimo pupo folle con Dio e la corona: l'imperatore Guglielmo di Germania.

«Io ricordo, ma anche ricordando — disse — non capisco.»

E riguardò ancora il monastero dove vivono coloro che non ne capiscono niente. E buttano via il loro nome!

[pg!9]

[Capitolo II. — La giovane professoressa.]

E vide venirgli incontro pel viale deserto una figurina bianca che avea barbagli d'oro per effetto del sole che punteggiava la grande ombra.

Quando gli fu da presso, la riconobbe: era la giovane professoressa di italiano.