— Ta, ta, ta! — interruppe Beatus sorridendo, giacchè non si parlava più della sua gentilezza, ma della gentilezza italica. — Sa lei quale è il vero nome della gentilezza italica? Debolezza italica! Ma lei ieri era presente quando io ho parlato alle autorità cittadine [pg!11] raccolte in congresso: «Niente suppliche, niente concessioni, niente condiscendenze, niente raccomandazioni». Mi pare che fossimo d'accordo.
— Sì, signore. Ma dopo si torna a fare come prima.
— Oh!
— Non è per mancanza di buona volontà, signore. È l'aria di questo paese.
— La risposta è intelligente! — disse Beatus dopo alcuna lunga meditazione. — Ebbene, mi esponga ciò che lei desidera.
Ella cominciò a parlare.
Le parole di lei erano incerte, ma gli occhi luminosi aiutavano le parole timidette.
Ella aveva tanto letto, tanto studiato; poi la laurea, il magistero....
— Benissimo, signorina — diceva Beatus, ma voleva sottintendere: «benissimo con limitazione».
La graziosa professoressa, pur ragionando, camminava presso di lui lungo il viale. Portava una camicetta lieve e al moto del passo si accompagnava il fremito di quelle due cosine gelatinose, che stanno davanti alle donne.