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Non ho visto mai Milano così triste, così deserta come in questa domenica. L'asfalto delle vie ardeva, il cielo aveva un colore, un colore come d'asfalto. Tutte le persiane dell'aristocratica via di Borgonuovo erano chiuse. Vi ho contato tre viandanti appena. Davanti al Cova niente automobili laccate: dietro le vetrate, niente dame del five o' clock tea.

Sull'angolo del Cova, per campione, appena tre gentiluomini con l'erre scemo. Sento che parlano anch'essi della guerra, ma con indifferenza. Ciò è indizio di gran signoria.

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In una trattoria, dove mi sono recato a mangiare un boccone (vecchio risotto al salto che sa di rancido, vino tetro che mai non conobbe la vite: oh, Bellaria, mare azzurro, vino rubino, pane con profumo di grano, galletti che cantano ancora, frutta appena spiccata!) siede un vecchio signore, un po' sgangherato, sdentato e sordo. È preso dal convulso della politica: parla, mangia e ride nel tempo stesso. Aveva letto il decreto di neutralità del governo italiano, e diceva con gioia:

— Io non voglio il male di nessuno: ma è certo che i fastidi degli altri ci fanno maggiormente sentire la nostra pace.

Si rivolgeva a me, e chiedeva con insistenza:

— Non è della mia opinione?

— Imbecille!

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