Volevo riposare un po' nel pomeriggio: ma non mi fu possibile. Che cosa stava per fare l'Italia? Poteva conservarsi neutrale? Non è una folle illusione lo sperare di non ardere in mezzo a tanto incendio? Ma e poi? Non fu rinnovato il trattato di alleanza con la Germania e con l'Austria prima ancora che scadesse il tempo? E a Trieste, a Vienna, a Berlino si suona ora la marcia reale, l'inno a Tripoli; si grida: Viva l'Italia! viva il re Vittorio Emanuele III! Ma che cosa diranno adesso che sapranno della nostra neutralità?
Ci manderanno un ultimatum di ventiquattro ore! Adesso è un gioco di società spedire ultimatum.
Non potendo dormire, sono andato a trovare, con un pretesto qualsiasi, un signore, autorevole in molte cose, ed anche in politica.
Ho bisogno di sentire qualcuno. Non che io stimi quel signore un genio della politica; ma siccome non ho visto mai la sua cravatta scomposta; non ho mai udito la sua parola concitata, così ho bisogno di vedere se in questi monumenti terribili le sue parole e la sua cravatta si mantengono ancora così composte: cioè se ne capisce qualcosa di questo ciclone.
Mi fa l'effetto che anche lui non sia eccessivamente orientato: però è tranquillissimo.
Dice: — Già, è un momento un po' climaterico che attraversa l'Europa...
Non so: questa frase mi fa venire in mente i periodi ciclonici ed anti-ciclonici del Corriere della Sera.
— Ma è la fine del mondo! — dico io.
Sorride della mia iperbole.
— E l'Italia?