— Ma non vede? (Si vedeva da lontano: tutte rondini, rondini oltremarine, sbattute forse dal vento, dalla tempesta, che si erano abbattute lì, sulla mia casa).
Il fabbro assicurò che con un colpo ne avrebbe fatte cadere cento. Lo pregai di desistere col pretesto delle donne. Se ne ebbe a male. («Ma come? vengono dal mare, per un momento domandano ospitalità alla tua casa e tu le fai uccidere?»).
Il fabbro è uomo di martello ed anche di qualche lettera, ma il mio ragionamento andava al di là della letteratura. Lo tenni per me.
Mi accostai alla casa: qualche centinaio di rondini, l'una presso dell'altra, fitte fitte, rigavano di nero e di bianco il cornicione, sotto la gronda scrosciante: tutte le mensole, tutti gli scuri, ogni sporgenza aveva quel vivo ornamento. Ed ecco dal lato opposto ove io era, rintronò un colpo. Non il fabbro, ma il contadino. I bimbi del contadino, fra cui Titì, raccoglievano allegramente rondini morte, rondini ferite.
— Ma cosa c'è da mangiare qui?
— Quando sono un mucchio — mi risponde — qualcosa si pilucca!
La rondine ferita fra le mani di Titì: testolina tonda tonda, qualcosa di puro, di aereo, zampine lievemente rosee, intatte, che mai non toccarono l'infame terra. Non ci sono più le rondini. Hanno ripreso tutte il loro volo.
— La rondine ferita, Titì, non mangerà pane!
Si trascina in un angolo oscuro per morire. Le altre già volano verso l'oriente.
La sera è tetra. All'osteria, il fabbro, davanti al suo litro, mi dice che se gli avessi lasciato sparare, lui ora avrebbe la cena. Ora ha bevuto, beve e non ascolta obbiezioni: «l'uomo — dice — ha diritto su tutti, uccide tutti: necessità non ha legge!» Sì, ha detto così, il fabbro. Ed ha aggiunto quasi con un certo disprezzo: «E poi cos'è tutta questa compassione? Non rinasce forse tutto? Uomini, grano, insalata, fagioli, uccelli, tutti rinascono! Ed io intanto, per cagion sua, sono senza cena!»