Quei gioielli erano bellissimi.

V'era tra essi una collana di perle di un oriente perfetto che rappresentava da sola un valore non troppo inferiore al totale della somma da me impiegata.

«Gran Dio — dicevo tra me — quando io faccio vedere questo spettacolo a madama Caramella, essa è capace di commettere delle sciocchezze personali. Ebbene no, signora. Si tratta di un semplice regalo di nozze». E voglio vedere se gli occhi di Oretta si fisseranno con indifferenza su queste gioie degne di una principessa di casa regnante. «Via, signorina, che il tempo delle violette mammole è trascorso, e alle rose convengono sì fatti ornamenti».

Ebbene, quello che è successo appartiene al numero dei fatti inauditi, fantastici: direi cinematografici.

Io ne ho segnata la data memorabile: venerdì, sette giugno, ore undici e mezzo del mattino.

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*

Ma procediamo con ordine. Ero tornato da Genova a P*** col treno, dopo un viaggio disastroso; accaldato, assonnato, perchè quando si porta con sè una borsetta di simile valore non è il caso di addormentarsi.

Pensavo con piacere a Lisetta: «appena arrivato, faccio levare due secchi d'acqua, di quell'acqua gelida dal fondo del pozzo». Ne sentivo in fantasia la sferzata dolce e ristoratrice. «Presto, Lisetta! Il mio pijama e questi due marenghi per voi: uno per secchio». Godevo a questo fresco pensiero.

Appena sceso a P***, ho preso una carrozzella e, con la mia borsetta in mano, mi sono fatto condurre al mio chalet. Il cavallo andava assai piano, ma non importa. Appena fuori della porta, l'aria della campagna cominciò a ventilare. V'era l'odore fresco del trifoglio rosso nei campi, v'era l'odore caldo delle spighe, mature ormai; v'erano i grappoli bianchi delle acacie. «La natura — pensavo — è sostanzialmente profumiera come me».