— Contessina — dico tuttavia — se vogliamo (ma come si può dire questa volgare parola, mangiare?) fare un piccolo lunch, io credo che sia meglio metter prima fuori la tavola e preparare poi.
Trasportiamo un piccolo tavolino vicino al pozzo, presso la siepe, all'ombria. Dopo di che, ella mi ordina di stare seduto. Rabbrividisco di piacere al suo ordine. Mentre ella va e viene e porta le stoviglie, io la ammiro.
— Contessina — dico — mi permetta di farle un complimento. Lei mi ricorda quelle meravigliose cameriste che si trovano nei romanzi del mio amico Lionello.
Ride.
Si vedevano, mentre lei va e viene, quelle due cosine gelatinose che danzavano. Ah, l'estate, col velo che a pena portano le signorine, è una stagione terribile!
— Contessina, mi permette un altro complimento?
Ella portava due modeste scarpette di color grigio, che delineavano la forma del piede così dolcemente come una sementina di popone, e due roselline di perle erano il solo ornamento.
[pg!225] — Contessina — dissi — sinora ho creduto che i tacchi alla Louis Kenz rappresentassero la più alta espressione della moda, ma lei mi fa ricredere. Le sue scarpette sono i guanti gris-perle delle sue incomparabili estremità.
Si ferma, mi guarda con quei suoi occhi, e dice:
— Sa che lei, Sconer, dice delle sciocchezze?