Evidentemente è stato il mio anello a produrre lo sfregio su la mia guancia.
Forse mi sono ferito da me stesso.
Rivedo il volto fantastico del dottor Pertusius; pare che mi dica: «Acqua profonda di lucida follia; ma sincera. Se ci fosse stata l'insidia di uno scoglio, lei, cavaliere, finiva infilzato nel matrimonio. Non si lamenti, anzi lasci a quella nobile giovane l'anello a documento di riconoscenza.»
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[XXXIII. — L'ULTIMO CAPITOLO POTREBBE ESSERE IL PRIMO.]
Ho fatto ritorno il giorno seguente a Milano in modo definitivo.
Ho riposato nel mio letto, cosa che non mi succedeva da molto tempo. Dolce, caro, soffice lettuccio mio. Così elegante!
Dopo tante emozioni e disinganni, temevo di soffrire di insonnia. Invece ho dormito abbastanza bene: la quale cosa è prova che i nervi sono sani e non mi ammalerò mai di neurastenia, perchè la storia registra casi gravi di follia e di suicidio per sventure come le mie.
Però la tranquillità del mio sonno è stata turbata, nel bel mezzo della notte, da una visione di sogno molto brutta.
La mia camera è stata invasa da soldati tedeschi, con l'elmetto a chiodo in testa, e gli scarponi ferrati sul mio tappeto: «Già i tedeschi a Milano?»