Passare attraverso un corso; veder la gente che ancora decifra il giornale; leggere le scritte della civiltà: «Ufficio del Registro», «Conservatoria delle Ipoteche», «Monte di Pietà», «Banco di Sconto», «Tribunale», «Provveditorato agli studi», ecc., avrebbe precipitato nel vuoto, disciolto tutta quella fiorita di fantasie.
E fu così che ad un certo punto m'accorsi che il sole andava perdendo nell'intensa sua luce, e la grande pianura Emiliana largamente si discopriva nel vespero riposato. Chi percorre la linea da Piacenza a Bologna, trasportato dal treno, non ha nè meno un'idea della bellezza maestosa e molle di quel paesaggio, da cui sorge, con l'insorgere dei colli e dei monti lontani, l'imagine della Patria.
Cadeva il sole dietro un gran piano verde, quando giunsi ad una borgata tranquilla. Sopra gli spaldi di un antico castello sorgeva una villetta moderna, circondata da oleandri. Dietro il castello si dilungava una mansueta fila di umili case, sorrette da portici.
— Che paese è questo? — domandai ad una donna che falciava l'alta erba presso la siepe.
— Rubiera!
«Qui è bene riposare la notte», dissi fra me.
*
Ora in quella dolcissima sera, così solo solo come era in quell'alberghetto di Rubiera, io mi sentii preso da un mio antico e nobilissimo male.
Questo male consiste in una specie di animazione del paesaggio materiale, da cui viene fuori la storia, la quale mi canta di dentro una certa nenia eroica, ed ha per effetto di farmi piangere.
Si badi bene che io parlo di lagrime autentiche, non di quelle lagrime che si mettono agli angoli dei capitoli dei libri (come gli accattoni di mestiere agli angoli delle vie) e fanno tanto piacere a molti lettori.