— Se è così, — dirà alcuno, — è molto probabile che voi abbiate bevuto quella sera: il vino fa cantare, e qualche volta anche piangere.
No: io me ne ricordo bene: io non aveva ancora bevuto. Bensì è vero che l'ostessa (una formosa donna) mi aveva messo davanti al piatto una bottiglia di Lambrusco; ma era ancora da sturare. Piuttosto la causa io attribuisco a due versi di Dante (lo so, ci siamo ancora con la letteratura!) che mi spuntano nella mente ogni tanto, in certe occasioni, ed operano in un modo strano, come già il canto pastorale del Ranz des Vaches su gli svizzeri del tempo antico, quando essi erano più sensitivi e meno albergatori.
I versi sono le semplici parole che Dante fa pronunciare a Pier da Medicina:
Se mai torni a veder lo dolce piano
che da Vercelli a Marcabò dichina....
Piangere per così poco è pazzesco, pur concedendo un'emotività patologica; eppure mi è avvenuto. La spiegazione del fenomeno dev'essere questa che sono per dire o qualcosa di simile: Pier da Medicina, che è nell'Inferno, vede tutto il paesaggio d'Italia e allora — benchè tardi — comprende che in questa dolce terra si poteva vivere un poco più da galantuomini. Pier da Medicina non è detto che pianga; ma è supponibile. Chi piange sul serio è Guido Dal Duca. Eppure lo aspetta il Paradiso! Ma più che il Paradiso non lo consoli, gli stringe il cuore il ricordo della sua dolce terra latina. Ma oltre alle ombre di Dante, ci furono ancora degli uomini vivi e veri che piansero vedendo che questa nostra patria non fu mai «senza guerra», vedendo che i «tiranni felli» sono ancora «tanto amati che non si porria contare», e che le brutte Arpie vanno pur sempre a far loro sporchizie sui più nobili conviti. Passarono i grandi vivi, come le ombre, ma il volo delle loro anime si libra tuttavia su questa dolce terra latina; l'aria ne è mossa, e fa vibrare l'anima nostra: e allora si piange per il desiderio di un futuro che non verrà mai, nel modo stesso che Guido Dal Duca pianse per un passato che non tornerà più!
Questo bizzarro fenomeno di sentirmi sorgere le lagrime per così poco mi accadde in modo più memorabile la prima volta che fui a Superga.
Ma conviene pur dire che io capitavo a Superga, arrivando direttamente dalla Svizzera.
Quivi avevo percorso molte terre sull'alto di quelle ammirevoli berline, davanti alle quali vorrei condannare in contemplazione i postiglioni e gli impresari dei compassionevoli trabiccoli cellulari, che col nome usurpato di diligenze, percorrono il nostro Appennino.
Viaggiavo per diletto, eppure una nostalgia infantile, insanabile, di bimbo staccato dalla madre, mi era penetrata nel cuore e cresceva sino ad intorpidire la volontà e ottenebrare ogni fantasia. «Ma che uomo sei tu? — domandavo a me stesso, — ma non hai tu vergogna?» Eppure non riuscivo a vincermi. «Questo, — dicevo, — è il mondo dei monti senza fine: scenario eterno, uguale: valli che sono baratri; falde di smeraldo che salgono a nascondere il cielo; selve di pini neri come funerali; falde di neve come sudari; abitanti grevi come un popolo di gnomi; case di larice nero, senza sorriso. Azzurro cielo, terra che palpiti fra i due mari, dove sei tu?»