E mi allontanavo sempre di più per l'acre diletto di sentir crescere questo spasimo puerile, e poter quindi godere tutta la voluttà del ritorno.

Con che gioia, a Goeschenen, scendendo giù dall'orrida Furca, scopersi in una sottile, impercettibile nera pianura, i binari della ferrovia! Dunque esiste la via del ritorno, la magica via che sprofonda, trapassa i fieri monti, digrada come volo d'aquila, e le terre ridenti le muovono incontro: oh! ecco un suono italico, ecco una pianta italica, ecco dei ferrovieri un po' sudici, ma che parlano, che ridono, che bestemmiano almeno!

Come si vede, la mia ammirazione per l'armonia e la disciplina teutonica era consumata, e tutti quei verboten, mi avevano inimicato alla legge. Popolo alquanto sudicio è il nostro, indisciplinato; ama, purtroppo! di portare il coltello in tasca come il garofano ed il basilico all'orecchio. Eppure ride e sorride così umanamente, e la sua parola talora è così gentile e bella, così vivo e ardito è l'aspetto che pare peccato il non aver fede nella sua purificazione e resurrezione.

Quando salii il colle di Superga cadeva il sole del luglio, anche allora.

Fra me e la cerchia cinerea delle Alpi correvano i fiumi come trame argentee di un abito di fata invisibile: invisibile la fata, ma il dolce piano — dall'alpestre roccia onde, Po, tu labi e su cui l'aquila stride — alla torre di Teodorico presso il dolce mare, tutto si discopriva; molto con gli occhi, molto più con la fantasia si discopriva: onde io cominciai a ripetere: «lo dolce piano che da Vercelli a Marcabò dichina». E lo andava dicendo quel verso come una devota orazione.

E allora anche quella gran mole, lì presso, delle tombe dei re di Savoia mi si trasmutò in una bella e nobile fantasia; e confondendosi con i guerreschi monumenti che sono in Torino, io vidi una ferrea spada sopra a quell'Alpe per difesa di quel dolce piano che Dio sembrò aver creato per la pace e la felicità degli uomini, e gli uomini trasmutarono nel campo prediletto della loro sanguinosa guerra.

Così io era assorto e a stento chiudeva il varco alle lagrime, quando una voce, proprio di quelle inarmoniche voci tedesche a scala fonetica crescente, mi scosse da quel sogno, domandandomi:

— Questa è Dora Riparia?

Rivolsi gli occhi: un placido teutonico dalla barba dorata, stava vicino a me: una mano teneva il Baedeker, l'altra indicava i fili argentei dei fiumi, che oramai si perdevano nelle ombre del lento crepuscolo.

«Al diavolo te e il tuo Baedeker», dissi mentalmente: ma come meglio fissai il mio interlocutore vidi che due azzurrissimi occhi a fior di testa mi guardavano. Pensosa e nobile era quella fronte teutonica. Egli attendeva umilmente risposta alla sua domanda.