— Ce ne sono tanti: per mare, per valle, per diligenza: il più consigliabile sarebbe per pallone; ma noi andremo in bicicletta.

Fu così decisa la spedizione per Comacchio. Il dì seguente mi sarei trovato alle tre a Ravenna.

Il signor Armuzzi è un professore di ragioneria, che sa anche di latino e gode di molta autorità nella nativa Ravenna. A queste pregevoli doti aggiunge quella di lasciare a casa ogni bagaglio professorale quando viaggia per isvago. I professori che riescono a far questo sono così rari che io ricordo ad esempio il detto signor Armuzzi. Oltrepassa di poco i novanta chili di peso e i quaranta anni di età: ma non ne ha impedimento per essere un eccellente pedalatore. C'era con lui ad attendermi alla stazione di Ravenna suo fratello. Questi è assai giovane e smilzo. Si ripromette di ingrassare quando sarà avvocato.

*

Ci mettemmo in via. Da Ravenna a Sant'Alberto (km. 15) la strada corre attraverso le melanconiche bonifiche ravennati. Queste bonifiche datano dal tempo di Gregorio XVI, e avvengono per effetto di colmate del Lamone. Prima di allora tutta quella gran landa era valle; cioè lagune e paludi, infeudate a chiese e conventi.

Sant'Alberto, un budello lunghissimo di case, limitato dall'argine del Po-Reno o Po di Primàro, è il centro di questi lavori di bonifica.

E come per legge fisica le grandi estensioni di acque prendono sapore di sale, così le grandi masse umane oggi prendono il sapore socialista. Il socialismo di quella regione si trova in istato torbido, come le acque del Lamone. Ma io credo che queste si purificheranno prima di quello.

Molte schiere di questi lavoratori passavano per la nostra via: via sempre più deserta, fra terreno sempre più selvaggio e palustre, nudo di abitazioni. Schiere di lavoratori scalzi: pupille torve che inseguono le biciclette.

Se non v'è una minaccia, certo v'è un rimprovero in quelle pupille e sempre dice:

— «Voi siete agili! voi vi divertite a correre! noi siamo legati al terreno melmoso che, pala a pala, smoviamo, per creare a voi il gran canale: noi, fra la malaria!»