— E avete intenzione di andare a Comacchio? — chiesero allorchè ebbero posto il piede a terra dalla nostra riva. — A quest'ora? in bicicletta? in bicicletta e con quella strada? — È roba da matti (questo non dissero, ma lo capimmo benissimo).

Il professore Armuzzi accolse queste dichiarazioni con un sorriso di beffa e di superiorità, che era degno non di un professore di ragioneria, ma di un generale. Se il generale ha paura, che cosa faranno i soldati? Però, siccome la prudenza spesso si accompagna con la più grande audacia, anzi l'audacia spesso non è che un calcolo fulmineo — una specie di combinazione chimica in cui gli innocui elementi della prudenza danno quel terribile esplodente che si chiama «audacia» — così il professore Armuzzi domandò:

— Dunque, proprio in bicicletta non si può andare?

— Impossibile: c'è il sabbione alto mezzo metro.

— Ma ci sarà pure la battuta!

— Sì, ma cambia sempre che non ci si può contar sopra.

L'Armuzzi guardò il sole, l'orologio, l'esercito, rappresentato da me e dal fratello, gli impedimenta, rappresentati in questo caso dalle biciclette, e ordinò l'avanzata verso il bosco.

— Ehi! professore, — disse quel ravennate all'Armuzzi, — che beva prima un bicchier di vino, lo vendono là (indicava un casamento basso e tetro dietro l'argine del Po), perchè nel bosco non si trova niente, e l'acqua è meglio non assaggiarla.

Il savio consiglio fu accolto: ma prima di narrare quale mirabile cosa avvenne mentre dividevamo in tre l'acerbo vino, voglio dire che cosa è il bosco.

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