È chiamato bosco, ma non è bosco se non dove alle libere piante piacque di aggrupparsi in macchie dense e selvose. Esso è formato dal lido sabbioso, o cordone litoraneo, che — restringendosi alquanto di mano in mano che si procede verso il Po di Bevano — separa il mare dalle valli o lagune di Comacchio.

Il bosco è presso che deserto di popolazione. Esso — al tempo presente — non contiene malfattori, se non uno solo, cioè l'anofèle clavigero, il zanzarone della malaria — la cui terribile rinomanza, come del resto avviene per tutti i malfattori che vivono e battono la campagna, è esagerata. D'altra parte il feroce zanzarone non saprebbe in tutto il bosco chi assaltare, perchè in tutta la prima parte di quella landa non si incontra che una di quelle solite antiche torri quadrate, erette dai Papi sul litorale a guardia del mare: oggidì servono pei finanzieri: la torre di Bellocchio, la Tor ad Blocc!

Il territorio del bosco, dopo la detta torre, si fa più culto. Esso è diviso in poche fattorie a coltura estensiva, o boarie — come quivi dicono — giacchè non vi dimorano coloni ma un boaro che al tempo dei lavori chiama le opere per i vitigni: il vino di Bosco. Iddio accanto all'anguilla ha messo il vino di bosco! I comacchiesi serbano alle loro amatissime anguille una tomba di questo forte e sapido vino nei loro stomachi, senza di che non sarebbe digeribile la grassa anguilla. È una pepsina, quel vino, dell'indigesto cibo, e perciò credo che Dante sia stato troppo severo contro papa Martino IV, il quale aveva capito da igienista e gastronomo insieme che le anguille vanno affogate nel vino:

e purga per digiuno

l'anguille di Bolsena e la vernaccia.

Noi ne facemmo straordinario assaggio forzato, come dirò poi.

*

La mirabile voce!

Mentre — dunque — la nostra spedizione si dissetava prima di intraprendere l'ardua attraversata, del bosco, mentre le acque verdi del Po si tingevano dei rossi bagliori del vespero, mentre l'anofèle clavigero si preparava ai terribili assalti vespertini, dalle stanze superiori di quel casamento si sprigionò una voce di donna. Quella voce, sorta da prima senza che noi l'avvertissimo, dilagò ed animò tutta quella gran solitudine.

Era quella una voce di donna, ma non nenia dolorosa quale il vespero e le basse tristi terre avrebbero domandato: ma voce squillante e in pari tempo dolcissima, volubile d'uno in altro canto, con una passione che parea dare a sè beatitudine. Il silenzio della campagna pareva divenuto maggiore.