Dicevano i miei due compagni:

— Brava! fuori la cantatrice! — e pigliando ardimento: — Bella devi essere come bella è la voce —; e avendo dalla ostessa preso notizia, cioè essere la cantatrice la maestra comunale: — Brava la maestrina! — seguitavano. — La figlia di....? Allora bella, bella e giovane. Fuori la maestrina, la vogliamo vedere! oramai l'incognito è svelato. Ti conosciamo, maestrina!

Vane parole: nè si affacciò alla finestra, nè cessò per femminile riguardo il bellissimo canto; pareva appena sostare alquanto, indi ripigliava con quell'ebbrezza crescente con cui talora nei boschi i rosignoli tutta la notte confortano le ascoltanti tenebre. Anche quella voce parve a me conforto di tenebre: questo antico Po, testimone di tanta storia, presso il quale eravamo, e fluente a pena; quella tomba eroica di Annita; quelle feroci anime di lavoratori di Romagna; quelle selvagge terre parevano alla gentilissima voce domandare alcuna interpretazione. Gli squilli della voce gentile cadevano su quella ferocia cupa di aspre terre e di aspri cuori, come colpi di martello che raffina la dura lamina e la tempera all'opera buona: la lietezza di quella voce pareva accennare alla luce ridente dell'alba del domani, non al sanguigno tramonto e all'imminente notte.

— Dunque andiamo, amicone! — e la mano del compagno, generale in capo, si posò sulla mia spalla. — Già, alla finestra la non si vuole affacciare.

«Come è eloquente la donna quando tace e quando canta! E anche qui, Venere! Essa pervade la materia. Però anche noi non facciamo altro che andarla sempre a cercare!»

A questo punto delle mie considerazioni vidi il generale in capo cader di sella: il fratello cadde per secondo, terzo caddi io: dissi di no a me stesso, ma caddi medesimamente. Queste furono le tre prime cadute, le altre non si contano; cadute innocue sul sabbione, che potevano tutt'al più provare la resistenza delle macchine.

La ruota affondava dentro il sabbione, e per quanto si cercasse un poco di battuta dove le graminacee e le erbe rafforzavano la cotica del terreno, pur dopo pochi metri conveniva scendere ancora.

Questo impedimento al cammino per così lunga e deserta via, le cadenti tenebre (il sole oramai piombava lento e roggio su la lama livida della laguna), avrebbero gettato una gran tristezza in un viatore solingo: ma in compagnia come eravamo quella stessa difficoltà fornì materia di allegre risa; il condimento mirabile che Dio concesse all'uomo per compenso del pianto! Ricordo, anzi, come a lungo sostassimo attorno ad una densa macchia, e, circondatala, la bersagliavamo di grosse pietre; e ad ogni pietra era un nuvolo di passeri che fuggiva con rombo cupo di ali. Quante migliaia ne albergavano le nere fronde? E anche le fronde, vigorose e rubeste, cedendo a stento alla forza delle pietre, avevano un frusciar cupo di rimbrotto:

«Perchè, uomini, turbate questa pace? Non vi basta asservirci dapertutto; e per tutto i campi coltivati, e per tutto le siepi tagliate, o parrucchieri della natura?»

La campagna, lasciata libera a sè, ha una fisonomia ed un linguaggio che le terre domate dalla coltivazione non hanno di certo.