Ed è singolare la forza che la natura conserva di riprendere — quando può — il suo dominio e lo stato primiero: di riacquistare — ove cessi il peso della civiltà — le energie e le impronte che l'uomo per suo vantaggio le tolse.

Chi passando per quelle arene avrebbe pensato di battere una delle più antiche e storiche vie dell'Italia? Perchè così è veramente: su quel lido selvaggio fu già in antico gettato uno dei primi cavi della civiltà: cioè una strada: e su quelle sabbie che la docile ruota della bicicletta non riusciva più a varcare, passarono le ultime legioni di Roma, lampeggiò l'oro delle ultime aquile imperiali, scese il torrente barbarico. Che via? qual nome di via?

Bello e gran nome: e perchè Galla Placidia la ebbe restaurata, le fu dato il nome di «Via Regina», e al tempo breve che Ravenna fu capitale dell'Impero, e durante il regno dei Goti, e per tutto il tempo dell'Esarcato bizantino e del primo Evo Medio fu frequentatissima, come lo provano i tre monasteri che lungo essa ricorrono: di Pomposa, Brondolo, e Fogolana.

Senza aver notizia di questa via sembra assurdo che in così remota parte fosse edificata la ammirabile abbadia della Pomposa.

Questa via, dunque, litoranea congiungeva le terre dei Veneti, Altino, Aquileia, con Roma, onde fu detta via Romea, e questa scritta ancora pur si legge sugli abituri presso Pomposa.

*

Il tramonto, indi il crepuscolo, si protrassero in quel giorno, con cortesia del sole, oltre il consueto.

— E d'altronde, — dicea l'Armuzzi, — se avessimo battuto questi chilometri di bosco di pieno giorno, avremmo rischiato un'insolazione.

Ad un certo punto le fratte si fecero più rade, il terreno più sodo, le cadute dalla bicicletta meno frequenti: le ruote trovarono la via, liscia, agevole; affrettarono il moto, e con lieta voce salutammo:

— Magnavacca!