Quando una voce ignota ci avverte:
— Volete cadere nel canale?
Era il passatore. Ci fermammo a tempo presso l'argine del canale di Magnavacca, che appena si intravedea livido tra le tenebre salienti.
Magnavacca è uno dei tanti piccoli porti dell'Adriatico, rifugio alle tartane ed ai bragozzi: sono poche case deserte, e in cospetto del mare sorge uno dei soliti goffi monumenti di Garibaldi, in memoria del suo approdo del quarantanove.
Traversammo, anche qui su chiatta, il canale.
Al di là del canale si apriva la via di Comacchio: un gran nastro che biancicava ancora, snodandosi nella tenebra purpurea: purpurea, perchè la via corre fra le acque della valle o laguna, e queste erano imbevute così di sole che pareano come colorate di sangue; e in mezzo a quel rosso tragico delle acque immote, spiccava la linea nera, fastigiata nelle sue torri, della città di Comacchio. Un castello tragico! Una scena da innamorare uno scenografo! Il Doré avrebbe invidiato quel paesaggio pe' suoi fantastici disegni! L'Ariosto l'avrebbe popolato di maghi e di fate.
Era semplicemente la patria delle anguille.
I cinque chilometri che dividono Magnavacca da Comacchio furono percorsi con una velocità tale che il dirlo offenderebbe la mia modestia e quella ben più delicata dei miei compagni. Diamone tutto il merito all'ottima strada, raramente percorsa dai carriaggi.
*
Entrando in Comacchio in quell'ora vespertina ci parve di addentrarci fra le ruine di un castello disabitato; ma ecco apparire qualche lumino per la via, lontano, alle finestre; ecco un suono cupo di voci in un dialetto incomprensibile; e infine ecco uno sbatacchiamento sonoro di zoccoli come un coro di rane che si leva dal pantano quando vi si proietta la luna.