Evidentemente il signor Felletti non meditò che i nostri stomachi moderni non hanno più la formidabile resistenza e forza degli antichi, perchè se a questo avesse pensato, non avrebbe colmati i nostri piatti e i nostri calici come di continuo, per forza, li ricolmava. E dopo aver colmato, cantava per conto suo delle ariette. Donne donne, eterni Dei! La calunnia è un venticello! etc.
Se poi si pensi che il signor Felletti nel doppio fine di congiungere insieme la sua cortesia e il desiderio di lasciarci un ricordo di Comacchio, preparò tutte le portate con pesci di ogni famiglia e cottura, si comprenderà agevolmente in quale stato ci trovavamo all'ora di montare in sella. Erano le sette quando stringemmo per l'ultima volta la larga mano del signor Felletti.
Da Comacchio per Ostellato, giungemmo, attraverso la laguna di Mezzano, a Portomaggiore, capitale degli scioperi agrari del Ferrarese; le mura erano tappezzate di manifesti, tanto contro l'anofèle clavigero come contro la squaquerela — neologismo creato dai lavoratori della terra per designare, in modo molto spregiativo, i lavoratori dello sfruttamento umano.
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Quando dei ciclisti arrivano a tarda ora in un paese, si recano all'albergo e pregano un «lavoratore della mensa» affinchè prepari la cena. Ma quella sera noi fummo costretti a rivolgerci ad un «lavoratore di farmachi», affinchè ci aiutasse a far dimenticare allo stomaco l'agape del signor Felletti. Anche i nostri intestini erano in istato di sciopero per eccesso di lavoro. Ma con tutto questo la memoria non dimenticherà per lungo tempo l'afrore del brodetto classico, nel quale la cagnizza e la seppia, la triglia e la torpedine si erano dato convegno di nuoto nella più acidula e grata delle salse; non dimenticherà là piramide di calamaretti fritti, aurei, perlacei, croccanti; non dimenticherà la stesa delle sfoglie brune, arrostite, con un dito di polpa sugosa e candida; non dimenticherà lo storione lessato; le anguille affumicate; il risotto di anguilla; l'intingolo d'anguilla; non dimenticherà la batteria implacabile delle bottiglie crepitanti, di vino di Bosco; non dimenticherà le ariette di musica giocosa, dal «Barbiere di Siviglia» alla «Gran Via», con le quali il signor Felletti — solfeggiando con bell'arte di tenore e grazie di Falstaff — cercava di farci obliare il già inghiottito cibo, per farcene inghiottire di nuovo.
Non solo non dimenticherà, anzi ricorderà con desiderio, specialmente nei giorni di magro.
Il dì seguente ero ancora a Bellaria.
XVII. La morte dei nobili pini.
«Guardateli bene, bambini miei, questi pini, perchè un altr'anno non li vedrete più».
Questa è la piccola selva dei nobili pini che sorgono lungo l'argine della via ferrata (anzi la via ferrata, diciotto anni or sono, quando fu posata su questo litorale — che allora era deserto — squarciò la selva dei nobili pini; e i pini, ogni volta che il vapore vi passa, sembrano occhieggiare, con curiosità, e paura insieme, il mostro di fuoco dall'alto dei loro ombrelli di verdura, e se non avessero le radici, fuggirebbero. Alcuni di questi pini si sono staccati dal gruppo dei loro fratelli come per cercar rifugio presso le onde del mare).