«Sì, caro, è meglio che ci confessiamo schiettamente in questi estremi giorni della nostra convivenza assieme: siamo tutti fratelli. Ciò consoli il tuo prossimo fato».

Io non ho avuto mai compassione per l'ingordo porcello della vecchia bacucca; ma quella notte mi si strinse il cuore di grande pietà.

Si veniva, sotto un filo di luna, da un onesto sollazzo: v'erano bambini e giovanette: tornavamo ridendo e conversando, e il suono delle voci saliva alto per la notte chiara. Ed ecco per la strada incontrammo una fila ferma di alcuni carretti, tirati da asinelli. Sui carretti c'era una gabbia, fatta di grossi bastoncelli, quale usano per portare i vitelli al mercato: in ogni gabbia, adagiato su la paglia, un porcello.

I conduttori aspettavano che altri carretti si aggiungessero per andar di conserva alla città lontana.

La luna era fredda e tenue; i grandi corpi, impotenti di sollevarsi, rabbrividivano di freddo e di terrore.

Le donne e i bambini risero allo strano convoglio.

Ma non risero più quando giungemmo alla mia casetta. Gran tumulto era nell'aia. Un asinello e il carretto erano profilati davanti al porcile. Che rugghi mandava la povera bestia che non si voleva staccare dal suo tepido porcile! E quattro uomini ci vollero a forza per caricarlo su la gabbia, e la vecchia bacucca lo allettava davanti facendo giumella con le mani colme di farina: — To' to'!

Ma esso, fra i rugghi, guardava con i piccoli stupefatti fori delle pupille la vecchia, e pareva dire: «Anche tu!»

Crede il popolo che la struttura anatomica del porco molto s'accosti a quella dell'uomo; ma anche il suo lamento in quella notte mi parve umano.

Come infine fu adagiato con violenza nella gabbia, si acquetò un poco.