Esso, l'uccello, si librò alquanto al di sopra delle fronde con le ali aperte, come sogliono i pittori foggiare lo Spirito Santo, e nell'aprirsi le ali scoprirono un bel colore purpureo. Veniva su dalle frasche della quercia, e tornava a nascondersi. Mi aveva l'aria di venir fuori a salutare il buon papà, il sole, il quale imbiancava, giù nella valle, tutto il corso sassoso del fiume Tiepido.

Non mi ricordo bene quanto tempo stetti a contemplare quell'uccellino e quella quercia, ma qualche minuto sì certo; e nè meno ricordo quali pensieri formai, certo erano assai belli e profumati, e vibravano ogni volta che vibrava il canto dell'uccellino. (Che ampolla preziosa da aspirare nei giorni in cui l'anima si adagia inerte! Oh, che peccato che non si possano conservare dentro una scatola le bolle del sapone!)

Ricordo però bene che tanto l'uccellino, come la quercia, come la ginestra mi parvero tanti docili figliuoli del buon papà, il sole; ed allora io li pregai perchè mi accogliessero in loro compagnia:

— Frate uccellino! sorella quercia, accoglietemi fra voi!

— Frate uomo, marameo! — mi rispose l'uccellino. — Sbollito l'entusiasmo, tu hai l'abitudine di metterci nello spiedo!...

Mi vide, diè un trillo di paura, scappò.

*

E dopo l'uccellino venne la bella fontana.

Mi rammentai di Tristano. E quando egli trovava alcuna fontana, vi si restava e cominciava a fare meraviglioso pianto!

L'acqua di quella fontana — a cui giunsi — cadeva con un largo getto dalla roccia e si accoglieva in una gran conca di pietra, viscida per il muschio, entro una specie di grotta dove la frescura metteva un voluttuoso ribrezzo.