Per mio conto tuttavia avrei giurato che in quell'ora ventilavano i più puri zeffiri del mare, e che la cappa del cielo era proprio così bella come assicura il Manzoni nei «Promessi Sposi».
Questo singolare fenomeno illusorio avveniva in me perchè in quell'ora il fresco maestrale della contentezza spirava nel mio cuore.
Ero io contento veramente in quell'ardente pomeriggio dell'undici luglio? Certo ero leggiero, leggiero come uno il quale, dopo essere rimasto tutta la giornata nelle strettoie d'un abito nero per assistere ad una interminabile cerimonia ufficiale, arriva a casa, si strappa il colletto e manda in aria il palamidone.
Precisamente: io ero stanco e greve e, ben ripensando, più che del lavoro giornaliero, io ero stanco della cerimonia ufficiale della vita, tanto stanco che in questo senso di tedio mi parve di essere meravigliosamente solo fra gli uomini, e ne ebbi paura come di un prodromo di malattia insanabile dell'anima.
Lo sforzo continuo di equilibrarmi con gli altri, di portare anch'io sopra il colletto un bel volto mansueto e cerimonioso, mi squilibrava sempre di più. Buttavo all'aria la carta stampata; la letteratura, mi chiamava in mente i fiori secchi nelle scatole dei droghieri; gli scritti di politica, di filosofia mi facevano venire in mente le emulsioni e le più vantate specialità farmaceutiche. Mi pareva di essere stato anch'io sino a quel tempo un droghiere e un farmacista in una botteguccia scura. E intanto la stella di Venere illumina i vertici dei monti, e il mare palpita sotto l'Aurora!
V'erano poi certi libri che mi facevano un effetto diverso da quello che fanno agli altri studiosi. Così, per esempio, dall'«Orlando Furioso» veniva fuori una gran cavalcata; dalla «Gerusalemme» un pianto di belle donne amorose; dall'«Odissea» un profumo di grande mare azzurro su cui si stende il canto di Circe, la maga. Dalla «Divina Commedia» veniva fuori l'alba che vince l'ora mattutina e un gridio di uccelletti su la divina foresta spessa e viva.
Ma il più bello era che questi magici libri non mi dicevano mica: «mettiti lì, a far dei commenti!», ma invece mi dicevano paternamente: «va, cammina, svagati!»
Questi consigli corrispondevano appunto a quelli della mia vecchia bicicletta.
Da mesi e mesi la vecchia bicicletta nel chiuso studiolo mi diceva:
«Ricordi dieci anni fa la gioia dell'alba che raggiò da Colfiorito? l'ascesa a Recanati come ad un santuario? La sosta a San Vitale presso Classe con quei gran gigli simmetrici per l'abside azzurra, e quei mansueti cervi simbolici, assetati di verità, tanto che ti palpitò il cuore, o incredulo, di fede e di amore per il Cristo, giovanetto severo che lì giganteggia seduto, e ti fissa con l'indice levato?»