Invece (vi giunsi alfine!) era un'allegra fila di casette. Respirai più liberamente. Il calzolaio, il sarto lavoravano ancora presso il limitare, ed io, sciagurato, già mi vedevo cinto da tenebre per ogni parte!
Mi sedetti sotto la veranda di un alberghetto; ed ero giunto a tempo per osservare che la fronte del monte Cimone era lambita ancora dalla carezza del sole.
— E se vuol venire a cena, è pronto! — suonò la voce dell'ostessa dopo alcun tempo.
La cucina dell'alberghetto era piena di operosità e di luce e la fiamma del focolare non era spiacevole.
Ma io cercai inutilmente un posto per me, e l'ostessa allora mi disse: — Abbiamo apparecchiato di là, nella saletta, — e mi vi condusse; e aperta una porta mi trovai in una elegante e luminosa stanza da pranzo, dove alcuni signori, ad un'unica tavola, erano già pervenuti alle frutte, rappresentate da un cestello di meravigliose ciliegie bianche e rosee.
Quei signori avevano tutto l'aspetto di essere i legittimi possessori del luogo ed io mi credetti in dovere di chiedere permesso prima di sedermi al posto per me preparato.
Quei signori mi accordarono il permesso gentilmente, ma non senza una certa gravità e lunghi sguardi di indagine sulla mia persona.
«Chi potevano essere? — Pensavo. — Viaggiatori di commercio? No: questa gente è più allegra e chiassosa. Villeggianti? Nè meno: sono più signorili. Gente del luogo, nè pure, perchè tali non li dichiarava l'accento.»
Tutti pigliavano l'intonazione e lo spunto da un biondo, adiposetto, giovine signore, non privo d'un certo contegno e gravità nel gesto e nella parola. Sedeva in capo tavola.
— Lei va all'Abetone? — mi chiese costui.