«Ignorante, — borbottai fra me con mal animo, — tu mi mostri quello che si vede, e mi sbatti quasi in faccia il tuo sudore: io ti vorrei mostrare quello che non si vede: vorrei che tu potessi contemplare la sezione anatomica del cervello di un pensatore e quella del cervello di un pari tuo, e anche i tuoi occhi miopi capirebbero chi ha lavorato di più!»
Se non che per debito di giustizia subito dopo io mi domandai: «Ma sa, questo buon uomo, se io leggo un protocollo di atti emarginati ovvero medito sull'«Immortalità dell'anima» di Platone? E supponendo anche che io potessi fargli capire che al mattino presto c'è un originale che medita sull'«Immortalità dell'anima», potrà egli modificare il suo giudizio su tutti quelli che godono il privilegio di stare in poltrona e sorbire il caffè al fresco, e perciò tengono in riposo, non solo il cervello, ma le braccia e le gambe?»
«E se anche egli sapesse che io medito su una pagina di Platone, non può egli domandarmi: — A vantaggio di chi?»
Già, questo è ozio e non lavoro, otium e non negotium, come sapevano anche gli antichi romani. Otium litteratorum!
Che malinconia questo accordo di giudizi tra il ricco ebreo ed il postino!
*
Eppure! Eppure no! Quando voi, lavoratori, cantate:
Su, fratelli, su, compagni
su venite in fitta schiera,
avete torto di guardarmi con occhio bieco, di non considerarmi come vostro fratello nel lavoro umano, di stringere alleanza piuttosto con certi parassiti della vita sociale che con me! Sappiate che a me il pane nero piace più del bianco, rinuncio al palazzo e accetto la capanna, purchè anche voi accettiate un raggio di questa idealità spirituale, che è purificatrice e liberatrice. Soltanto per essa voi vedrete sorgere il «sole dell'avvenire!»