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E appunto a questa spiaggia venne una domenica una «fitta schiera» di questo esercito del «Sole dell'Avvenire». Infatti essi inneggiavano al detto Sole.
Questa schiera, come dava a veder l'aspetto, apparteneva nella maggior parte ai lavoratori della terra e del mare, cioè ai lavoratori delle cose necessarie. (Ogni persona assennata sa che vi sono anche i «lavoratori delle cose non necessarie, e i lavoratori delle cose dannose», benchè questi nomi non siano ufficialmente riconosciuti. I lavoratori e le lavoratrici intorno al culto dell'idolo donna, anche non geniale, appartengono a questa seconda categoria. Io li semplificherei per lo meno; semplificherei gli eserciti mandarineschi degli scribi e dei professionisti, ecc., ecc. Quest'opinione del semplificare è — si intende — una conseguenza della mia grande ignoranza in materia di sociologia. Le persone ignoranti o fanatiche, piantano il chiodo in un'idea, fuori della quale non c'è salute. Il parroco Kneipp vedeva la salvezza del genere umano nell'«acqua fredda»; San Francesco nel buttar via l'orgoglio dal cuore come lo sfarzo dalla persona; io nel verbo «semplificare», il quale verbo è il documento più eloquente della mia inettitudine ad occuparmi di cose sociali, giacchè se esiste una cosa certa nel divenire incerto degli uomini, è appunto il verbo «complicare!» Oimè, come ti annebbi, sole dell'avvenire!)
Questi lavoratori della terra e del mare apparivano molto felici del giorno concesso dal Signore per il riposo.
Venivano in «fitta schiera» con una fanfara alla testa, per inaugurare il vessillo di una Società operaia ed ascoltare, di conseguenza, la predica di un loro oratore d'occasione.
O buono e mite Amintore Galli, la musica del tuo inno non sarà proprio bella, ma è terribile: almeno fa un effetto terribile. Quella nota che cresce e poi si squarcia come un uragano nel verso:
Splende il sol dell'avvenir
è di un effetto indiscutibile.
Questo effetto poi era quella domenica moltiplicato per la stranezza del vestire di quella moltitudine. Con quel sole ardente, tutti erano vestiti di saia nera: i più avevano di setino nero anche la camicia, e su quel nero spiccavano i bracciali rossi e le cravatte rosse.
Quella tinta lugubre nella gioia del giorno estivo, mi richiamò alla mente la «Compagnia della morte» con cui si nominò una schiera alla battaglia di Legnano. In quella truce e fiera assisa anche volti miti, come quelli del barbiere e del buon postino — erano anch'essi nella «fitta schiera» — acquistavano una espressione formidabile.