Da una villetta, nel chiuso e sonnolento mattino, usciva un palpitante scandere di note di cembalo; da un'altra villetta lontana rispondevano altre note, con un'impressione vaga di cuori e di stromenti che si destano anch'essi: poi si facevano più legati quei suoni, sino a salire su, — ma con istento — per le voluttà, di un motivo languido e profondo, che si stendeva per l'aria rosata.
E così andando, mi sono trovato davanti alla bottega di Pirùzz, il tabaccaio.
Lì c'era Giacomo Moroni, col suo organetto e il suo asino.
— Bravo, galantuomo, suonami qualche cosa di molto allegro.
— Che cosa vuole?
— Quello che ti pare, basta che sia roba allegra.
Adattò la manovella alla cassa, e cominciò il suo lento moto di automa.
Dal ventre dell'organo allora sgorgarono i suoni: i ragazzi accorsero dai loro tuguri, e una bimba sta con l'orecchio appoggiato alla cassa, e il suo volto esprime la meraviglia per quegli echi grandi che si generavano dal ventre dell'organo.
Anche la campagna mi pareva attenta; e gli alberelli lontani mostravano desiderio per accostarsi.
In fondo, la selvetta scura dei pini formava un colonnato con dentro il cilestrino del mare: dietro le colonne, cioè dietro i tronchi dei pini, passavano piano piano i barchetti. Oh, l'ebbrezza di quei suoni! Essi mi scoprivano il paesaggio di là dal mare: vedevo Zara fra le verdi isole; e i timidi barchetti diventavano navi da battaglia.