Mi venne anche alla memoria un libretto di ricordanze «della propria vita», che scrisse un vecchio prete, il quale fu veramente uomo di santa e semplice vita. Egli, appunto in quell'anno 1867, era curato di quel borgo, e a pagina 157 del suo libretto[1], racconta la morte di Ruggero Pascoli con queste parole: «.... è da sapere che potei ridurre in un sol corpo i terreni della parrocchia (sparsi qua e là in mezzo alla grandiosa tenuta, detta della T....) per via di una permutazione con altri terreni di proprietà dello stesso signor principe. Era ministro di essa tenuta il signor Ruggero Pascoli. Questo mio amico e compare, era l'uomo più fortunato e più felice ch'io m'abbia conosciuto al mondo. Ministro della vasta tenuta, godeva di questo la confidenza e la protezione. Avea una moglie amorosissima di lui (per nome Caterina Vincenzi), la quale egli tanto riamava quanto immaginare non si potrebbe: anche avea sette figliuoli, tutti pieni d'ingegno e fiorenti di sanità, quattro dei quali teneva in Urbino nel collegio degli Scolopi. Era riverito ed amato, nonchè dai coloni della tenuta, da quanti il conoscevano: onde non avrebbe potuto desiderare miglior condizione di quella in che era posto. Ma che? tanta felicità in uno istante svanì. Il giorno 10 di agosto 1867, verso le ore sei dopo il mezzodì, mentre tutto solo egli faceva ritorno a casa dalla fiera, fu colpito da un'archibugiata che lo lasciò freddo cadavere entro la carrozza. Poco tempo appresso morì la sua figliuola primogenita, Margherita; poi il fratello di questa, Luigi; poi la moglie (certamente di crepacuore), e finalmente, dopo alcuni anni, Giacomo, già ammogliato, il figliuol maggiore dei maschi. Ed ecco dispersa, anzi direi quasi, scomparsa dal mondo, una famiglia che parea fosse giunta al colmo dell'umana felicità».

Nè il buon prete vi aggiunge chiosa.

Questo prete, come si comprende da questo passo, era un purista. Tanto fanatico anzi egli era dell'aureo Trecento, che dopo Iddio e la Vergine avrebbe tenuta accesa una lampada votiva al Cavalca, al Passavanti, all'autor dei Fioretti, se non fosse stata empietà. Io lo ricordo questo prete dalla semplice vita perchè nella mia puerizia fui qualche tempo sotto la sua disciplina. Fu uomo di grande carità evangelica e morì ottantenne e poverissimo, or non è molto. Nel tempo che in queste terre dominavano i legati pontifici egli era in odore di liberale. Calunnie! Egli amava la Patria attraverso gli autori del Trecento. Era una patria infantile e dolce come un periodo del Cavalca! Egli la cullava fra le sue braccia, egli l'adorava come si adora il Bambino Gesù! Oh che terrore, povero prete, quando s'avvide che al Bambino Gesù spuntavano i baffi, cioè quando s'avvide che la Patria non era più in fasce, non pargoleggiava più, camminava da sè e la lingua Italiana del Cavalca si era trasformata nella prosa di Alessandro Manzoni. Alessandro Manzoni nelle scuole? Ma dove si andrà a finire, signore Iddio! No! la curia gli amareggiò con gratuita crudeltà la vita serena. Monsignor il vescovo gli sottrasse a torto Dante e il Petrarca. Egli non era un liberale. Era una piccola anima, paurosa della grande vita umana, che per lui era termine equivalente ad una grande malvagità umana. Era per lui la vita una disarmonia fatale, ed egli rifuggiva in cerca di armonia o di bontà entro un fioretto di San Francesco. O quanto mi sdegnai leggendo in quelle sue ricordanze questa narrazione fredda dell'omicidio del signor Ruggero Pascoli! Non un fremito, non una parola di maledizione o ribellione per così barbaro misfatto. Ma come fui in quel cimitero l'animo mio si mutò stranamente. Il misterioso canto del Dio Pan, il ritmo grande e uniforme delle cicale, le molte tombe ripetevano insieme: «Se così è scritto nel libro del mistero, perchè ribellarci? Preghiamo, piuttosto». Ed io sentii che ogni imprecazione era morta in me e che la mia anima era diventata come l'anima di quell'antico prete. Preghiamo piuttosto.

E il libro di Myricae non è una preghiera moderna?

*

Or ecco come entrai nel cimitero: un lungo viale campestre si partiva dalla via maestra ed io voltavo per quello, quando mi avvenne di oltrepassare una donna che procedeva lenta, e domandai:

— Buona donna, è aperto il camposanto?

— Ci ho le chiavi io, — mi rispose agitando un grosso mazzo di chiavi, — e vado proprio nel camposanto a far l'erba.

«Ecco una fortuna, — dissi fra me, — anzi troppa fortuna! Quando io busso alle porte degli uomini, le trovo solitamente chiuse; ma per questa ho trovato la portinaia e le chiavi su la strada medesima. Vero è che in questo caso un antico romano avrebbe fatto uno scongiuro!»

Giunsi al sagrato.