Una stradicciuola saliva sino al passaggio a livello della via ferrata, con due spalliere di pioppi; ma così aerei, così verdi e azzurri, così palpitanti pur nell'aria senza vento, che pareva linguaggio come di foglie che una Sibilla avesse animate della sua verità. Al di là della ferrata, la via scendeva ancora perdendosi fra le dune del mare, coperte di lieve peluria di prato, dove il sole stendeva su ardenti tinte di croco. Più lontana la breve selva dei pini.
La casetta del cantoniere sorgeva presso il cominciar di quei pioppi; e c'erano intorno tutte le cose buone che sono necessarie a chi deve vivere lontano dagli altri uomini: un piccolo forno per cuocere il pane, una catasta di marruche secche, il pozzo con le mastelle del bucato, alcuni filari di uva già nereggiante, quanto bastasse a fare un po' di vinello per la famigliuola. Davanti, in un rettangoletto di terra, germogliava l'insalata tenera, e, sopra sostegni di canne, gli utili pomidori si pompeggiavano nel loro rosso. Accanto al muro, ristretto da cannucce per frenarne il troppo rigoglio, il rosmarino (ros maris, cioè «rugiada del mare») superbamente fioriva; fioriva il basilico che assorbe l'odor dell'estate, e molte rame di limoncella gareggiavano d'altezza con le mirice.
Sì: io sorpresi me stesso dire a me stesso: «Ma che cosa sto a cercare più nella vita? Ma a quale scopo mi sono insino a questi giorni tanto affaticato nel mio peregrinaggio terrestre? Ma non sarei felice io qui? Io sono seccato a morte di dover ritornare fra poco ad essere dottore, professore, elettore, libero schiavo! Ecco: sventolare la bandiera a questi piccoli treni, non veloci, salutando reverentemente la vita che passa; e godere intanto questa solitudine, questa santissima quiete, dalla quale passerei senza avvedermene, senza contrasto, a più sicura pace, sepolto qui, presso questo mare, con una scritta che io vorrei dettata così: «Exaudiam vocem maris»: ecco la felicità, e altro non chiedo».
Lo so! Se io manifestassi questo desiderio a questa famiglia di cantonieri, ben mi direbbero «pazzo» e senza ritegno. Queste ragazze, forse, sarebbero più contente se potessero andare ad abitare in una tumultuosa via di Torino o di Milano; e il loro padre avrebbe bisogno, per la compiuta estrinsecazione della sua anima, di passare almeno un paio d'ore per giorno in una taverna e quivi discutere de' suoi diritti con altri ferrovieri. Lo so: ma so che vi è nell'umanità un numero (e forse più grande che non supponiamo) di uomini che se lo potessero, e potessero vincere la superstizione di quella che si dice civiltà e la paura della scomunica che i grandi sacerdoti del progresso lancerebbero, uguale pensiero formerebbero di quello che io penso.
Che altro furono i buddisti della sacra India? Che altro furono gli asceti cristiani, vilipesi dai trenta tiranni del libero pensiero? Che altro sono molti fra i suicidi del tempo nostro? Degli scioperanti dalla vita sociale: dei disertori di questa miserevole milizia: dei ribelli che non vogliono più recitare la farsa: degli stanchi dello spettacolo dei bussolotti: dei facchini tediati del peso. Ma questo genere di sciopero è biasimato da tutti.
Il Nirvana, la narcosi dell'anima che si addormenta nell'immobilità e nella contemplazione, ist verboten, anche in Italia. E poi, come si potrebbe? Ai nostri orecchi il tram batte la sua furibonda campana; l'officina urla; l'uomo politico arringa davanti al suo baraccone. Il rifugio nel Nirvana è diventato impossibile! Onde è che molti, giunti alla disperazione, si appigliano al partito di farsi saltare le cervella, avvertendo semplicemente il signor questore che sono «stanchi della vita». Dunque niente Nirvana, niente assorbimento nel seno di Brama! Ubbidiamo alle leggi della tirannide sociale e facciamoci cantonieri. Questo è un eremitaggio permesso. Giacchè non è l'idillio che io domando a te, casetta bianca, non è lo stupido «il tuo cuore e una capanna», ma la santa quiete e l'oblio che io chiedo a te, casetta bianca!
Sì, anche senza Nirvana, io avrei — potendo — sùbito e con festa accettato di mutare la mia sorte; e del ridicolo del mondo mi sarei dato minor pensiero che del sibilo del vento. Del mondo? Quattro individui che vi conoscono di persona e due di nome. Miserie! Lasciate che dicano!... E lì, davanti a quella casetta, io fabbricavo la mia felicità di romito, di un Robinson Crosuè in mezzo alla gente, come il bambino giocando con la barchetta sogna il mare, o con la spada di latta si finge e sogna la gloriosa terribile guerra! Quale cura pel sistema nervoso non sapere più chi è ministro, abolire il colletto, ignorare l'esistenza dei giornali, non dovere più sputar dolce e ingoiare amaro!
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Oimè, tutte queste ricostruzioni furono sconvolte in un momento. Ora dirò come ciò avvenne:
Perchè dalla via ferrata — percorrendo il tratto da me percorso — venne un dì ingrandendo una cosa bianca: era lei, la donna piccola, misteriosa. Quella donna l'avevo sorpresa altre volte nei giorni prima; ma non nei ritrovi, non in alcun crocchio: bensì sola, sempre sola, in giro per la campagna deserta, sotto il sole del mezzogiorno.