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Non ci pensavo più da tempo, quando vidi — dunque — venire avanti per la via da me percorsa, lungo la ferrata, quella piccola personcina stravagante e voluttuosa, col piede scalzo e il gran cappello coi veli. Avanzò, passò, con gli occhi fissi avanti, col volto pallido su cui pareva evaporare l'ombra di un tedio interiore.

Per tre giorni ella percorse il detto cammino, e come giungeva davanti alla casa del cantoniere, il suo occhio non si volgeva a guardare alcuna cosa. Nè la casetta del cantoniere, nè la mia umile persona furono credute degne di uno sguardo. Invano il rosmarino mandò il suo profumo, invano le viole a ciocche occhieggiavano a lei. Se ella si fosse fermata a contemplare quell'idillica dimora, avrei forse trovato modo di cominciare qualche discorso, chè molto avrei avuto caro di sentire con quali pensieri ragionava questa celebre interprete delle passioni. Ma non ne fu mai nulla! Giunta alla casetta del cantoniere, scendeva per il viale dei pioppi, e ad ognuno dei lenti passi saltellanti a ritmo corrispondeva un moto e un fremito della sua persona, e perchè non lo dire? corrispondeva un fremito entro di me.

La attesi al quarto vespero, ma non comparve più e non più la rividi. Bensì la rividi con gli occhi della mente: rividi i suoi magnifici ritratti nelle vetrine dei grandi negozi, vidi le stampe, i giornali che con vaporose e sospirate parole narravano le sue avventure. Oh, la pudica morale ben può leggere quelle avventure! Quella leggiadra istriona fu vittima di illustri passioni; fece olocausto di sè, arse in molte fiamme; la delicata sperimentò molte colpe, per poter poi rendere al vivo su la scena gli sdegni, i baci, i sussulti della nevròsi terribile.

Troppo fremevano gli alti pioppi, troppo io fremeva entro di me per non confermarmi nell'opinione che ella non fosse la famosa imitatrice dei grandi spasimi della voluttà e dell'amore. Portava il suo corpo le tracce del faticoso lavoro. «Bene, o donna, dimmi per confessione sincera, quale è il segreto della tua anima — quale è la tua segreta coscienza!» così io, filosofo, avrei voluto chiedere a lei, come già altre volte ho chiesto al sole, al mare, al fiore: «ditemi, o sole, o mare, quale è l'anima vostra». No, ipocrita, io non dico tutta la verità; io avrei voluto anche chiedere: «Concedi — o divina — che io pure gusti il sapore delle carni che vestono la tua anima, e di cui già altri saziasti». Anima? coscienza? pensiero? ombra di tedio interiore? Ma no! Tu sei come il sole che appare, come la terra che feta, tu sei forza soltanto, e immane. Ma anima non sei! ma che tedio! che passione! che coscienza! Sei forza: ecco che cosa tu sei.

Invano è l'eremo, invano è il Nirvana, invano sta il chiostro. Mettevano i monaci antichi le scolte armate attorno alle mura dei conventi: ma Venere ride e penetra. Ed il Beato Angelico, da te, Venere, toglie i volti soavi, e frate Guido toglie dal canto liturgico le note d'amore, e frate Francesco celebra le cose create, e lauda pur sempre te, demoniaca, forza terribile! Disperato Origene si deturpa; s'assorbe il deriso Simone sull'alta colonna. Crollano i conventi dei trappisti e dei buddisti quando tu appari: crollano i sistemi dei filosofi, quando tu ridi! Romba per te il lavoro umano e suona l'officina; l'epopea e la tragedia marciano all'epilogo sanguinoso, e tu col plauso e col canto ne segni il ritmo, o fatale! Ecco Polifemo, il mostro, che si nutre di uomini; eppure — quando Galatea appare sul campo del mare — piange come un fanciullo e cerca su la zampogna umili suoni; ecco Priamo che il sangue dei figli buoni e del grande popolo trova giustamente versato per te, stupida Elena; ecco lo stoicismo sublime del Leopardi che sfuma come nebbia al sole; e di questo asceta moderno, vivrà mirabile nei versi il grido di spasimo quando Venere si compiace di toccare le misere carni con la sua pietra infernale. Oh, miseria dell'uomo! «Va dunque, o stoltissimo, — dissi a me medesimo rincasando, — va e poniti al lavoro e componi un libro di filosofia nuova in cui le ragioni dell'essere siano spiegate come effetto di questa forza immanente, multiforme ed una in tutte le età. Questo sì, è il vero determinismo storico. Ciò già fecero altri filosofi! Ebbene, ritorna da capo».

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Oh, stoltissimo, in verità, perchè rincasando accigliato e turbato per questi nuovi pensieri, mi abbattei nel signor capitano.

Egli quella sera fumava sereno contro la luna nova, la quale disegnava una placida falce sottile in fondo al cielo azzurro; e le due punte della falce si congiungevano in un esile, quasi invisibile cerchio d'oro.

Mi ricordai subito delle sue teorie sul genio della donna! Ed io che andavo tormentandomi col «determinismo storico», e con «la forza immane»! Ma certamente la piccola attrice è una geniale od una genialoide. Certo anche, su quel lido deserto, essa è una quaglia sperduta. E il signor capitano a' suoi begli anni e nel mio caso specifico, invece di tante fantasie e chiacchiere, si sarebbe portata a casa quella saporitissima quaglia.